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22:55
riprendiamo il controllo del cibo quinta parte

OSSERVATORIO SUGLI SPRECHI ALIMENTARI DELLE FAMIGLIE ITALIANE – RAPPORTO 2013

PREMESSA

(di Andrea Segré, Presidente di Last Minute Market)

   verdura da smaltireRIFIUTO, SCARTO, SPRECO, MA ANCHE DEVASTAZIONE E DISTRUZIONE: una polifonia di significati che l’inglese, lingua concreta e pragmatica, mediatore comune in campo scientifico, riassume in un unico termine essenziale: WASTE.

   Ma perché rifiutiamo, scartiamo, sprechiamo? Cosa ci spinge a un gesto che in ogni cultura è considerato negativo, non a caso diciamo “avere le mani bucate”, fino a considerarlo immorale? Lo spreco richiama nel linguaggio comune lo sperperare, il dissipare, lo scialacquare, il trattare male qualcosa che meriterebbe al contrario più attenzione e cura: a partire dal CIBO, BISOGNO PRIMARIO ESSENZIALE, che consumiamo nelle nostre economie, cioè, letteralmente, nelle nostre case.

   È proprio questo l’anello “debole” della filiera agroalimentare.

   Allora per capire cosa accade nelle nostre economie domestiche abbiamo costituito un “OSSERVATORIO” che fa da “sentinella” agli SPRECHI FRA LE QUATTRO MURA: WASTE WATCHER.

   L’osservatorio sullo spreco domestico è stato promosso da LAST MINUTE MARKET, spin off dell’Università di Bologna, in collaborazione con SWG, società di ricerche di mercato, e i Dipartimenti di Scienze Statistiche e Scienze e Tecnologie agroalimentari dell’Università di Bologna.

   Waste Watcher si propone di fornire alla collettività strumenti di comprensione delle dinamiche sociali, comportamentali e degli stili di vita che generano e determinano lo spreco delle famiglie, al fine di costituire una base di conoscenza comune e condivisa, in grado di orientare le politiche e le azioni di prevenzione dello spreco alimentare degli attori pubblici e privati. (…)

   L’idea di Waste Watcher nasce alla fine del 2012 come risultato di una ricerca sullo spreco domestico promossa da Last Minute Market in collaborazione con l’Istituto per la salute e la protezione dei consumatori della Commissione Europea (uno dei sette istituti del “Joint Research Center” della Commissione, con sede ad Ispra) e il Karlsruhe Institut für Technologie.

   Waste Watcher ci rivela che NEL 2013 lo spreco domestico è costato agli italiani 8,7 MILIARDI DI EURO: una cifra vertiginosa, che deriva dallo SPRECO SETTIMANALE MEDIO PER FAMIGLIA DI CIRCA 213 GRAMMI DI CIBO, gettato perché considerato non più edibile, al costo di 7,06 EURO SETTIMANALI.

   A finire nel bidone della spazzatura non sono soltanto gli euro ma anche le risorse naturali, suolo, acqua, energia, utilizzate per produrre, trasformare, distribuire e poi smaltire.

   IL BIDONE SCOPPIA e per intervenire è necessario conoscere e comprendere a fondo le cause: ecco perché è importante indagare il comportamento degli italiani, entrare nelle nostre economie domestiche.

   Waste Watcher si inserisce in un percorso avviato da Last Minute Market, oggi spin-off accademico dell’Università di Bologna, alla fine degli anni ‘90 con ricerche e progetti per la riduzione degli sprechi e la prevenzione di rifiuti, con particolare riferimento al comparto agro-alimentare.

   Negli ultimi anni, in particolare a partire dal 2010, Last Minute Market ha lanciato la campagna europea Un anno contro lo spreco, (www.unannocontrolospreco.org/it/ ) patrocinata dal Parlamento Europeo-Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica sul problema degli sprechi alimentari e, più in generale, dell’utilizzo insostenibile delle risorse naturali.

   Ogni anno, la campagna ha posto l’accento su un tema diverso: il 2010 è stato l’anno dello spreco di cibo, il 2011 quello dello spreco di acqua (e in particolare dell’acqua “virtuale” contenuta nel cibo che sprechiamo) il 2012 quello dello spreco di energia, per arrivare al 2013 con “spreco zero”, che ha posto l’accento sulla

necessità di ripensare un modello economico costruito intorno all’assioma della crescita infinita.

   Non è un caso che iL TARGET PRINCIPALE DELLA CAMPAGNA DEL 2014 SARANNO I “GIOVANI” E IL LORO RUOLO NELLA TRANSIZIONE VERSO UN MODELLO DI ”CRESCITA INTELLIGENTE, SOSTENIBILE E INCLUSIVA”.

   “Un anno contro lo spreco” non si limita tuttavia ad analizzare il problema e ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle cause e le conseguenze dello spreco, ma si rivolge direttamente alle istituzioni italiane ed europee affinché adottino, ognuno per quanto di loro competenza, gli strumenti e le misure necessarie a tradurre in pratica gli obiettivi della campagna.

   Ne è un esempio la Dichiarazione congiunta contro lo spreco alimentare promossa nell’ambito dell’edizione 2010 con l’adesione di associazioni, imprese, uomini di scienza e cultura, alla base nel gennaio 2012 della Risoluzione del Parlamento Europeo su “Come evitare lo spreco di alimenti: strategie per migliorare l’efficienza della catena alimentare nell’UE”.

   IL DIMEZZAMENTO DEGLI SPRECHI ALIMENTARI ENTRO IL 2025 e l’istituzione dell’Anno europeo contro lo spreco alimentare sono due tra le principali proposte contenute nella Dichiarazione fatte proprie dalla Risoluzione.

   A livello nazionale, il lancio della “Carta per una rete di enti territoriali a Spreco Zero” (la cd. “Carta Spreco Zero”), nell’ambito dell’edizione 2012 della campagna, ha visto in pochi mesi l’adesione di centinaia di Sindaci in tutta Italia (fra gli altri Pisapia a Milano, Fassino a Torino, Marino a Roma, Renzi a Firenze, De Magistris a Napoli, Merola a Bologna, Zanonato a Padova, Cosolini a Trieste etc…).

   L’impegno è quello di rendere subito operative le indicazioni contenute nella Risoluzione del Parlamento europeo, sostenendo e promuovendo in primo luogo le INIZIATIVE DI REDISTRIBUZIONE DEI PRODOTTI INVENDUTI (O SCARTATI LUNGO LA FILIERA AGROALIMENTARE) ALLE CATEGORIE DI CITTADINI AL DI SOTTO DEL REDDITO MINIMO ma anche istituendo sul territorio corsi e programmi educativi per aumentare la consapevolezza, la conoscenza e l’attenzione dei cittadini sugli impatti sociali, economici e ambientali degli sprechi.

   Nel maggio 2013 la “Carta Spreco Zero” è stata al centro della Green Week delle Venezie con l’iniziativa di Padova “1000 Sindaci a Spreco Zero” volta ad estendere il coinvolgimento delle amministrazioni locali italiane ed europee verso gli obiettivi indicati nella Carta.

   Dalla “Carta Spreco Zero” è nata in seguito l’associazione di Comuni, denominata SPRECOZERO.NET, con l’obiettivo di sostenere e stimolare gli enti locali nella definizione e implementazione di misure concrete contro lo spreco nei territori amministrati.

   Nel corso del 2013 dalla “Carta Spreco Zero” è nato anche il Premio Vivere a Spreco, un riconoscimento promosso dalla campagna nell’ambito di “Trieste Next – salone europeo della ricerca scientifica” per individuare, incoraggiare e promuovere le buone pratiche attuate dai Comuni in materia di sprechi alimentari ed efficienza nell’uso delle risorse.

   Fra le iniziative della campagna Un anno contro lo spreco va ricordato anche il format di Last Minute Market “Primo non sprecare”, avviato in collaborazione con Radio2 Rai, Caterpillar.

   Si tratta di pranzi e cene realizzati, spesso da noti chef, con cibo di recupero dalla filiera agro-alimentare, e con prodotti stagionali e a “chilometri zero”.

   Degustazioni che sprigionano il fascino di un vero e proprio ‘convivio’, nel quale si condivide il cibo che altrimenti sarebbe diventato rifiuto, scarto, eccedenza, surplus, invenduto … roba da buttare insomma. Ma attenzione: quel cibo è ancora perfettamente edibile e commercializzabile, NON SI TRATTA DI CIBO “AVANZATO”.

   NON SPRECARE va interpretato come una sorta di PRIMO COMANDAMENTO LAICO DEL NOSTRO TEMPO DI CRISI: GETTARE IL CIBO ANCORA BUONO DA MANGIARE non solo è peccato in tutti i sensi, ma È anche UN COSTO ECONOMICO, ECOLOGICO E SOCIALE. Ridurre gli sprechi alimentari dev’essere dunque una priorità politica.

   Ulteriori iniziative scandiscono annualmente la campagna di comunicazione Un anno contro lo spreco: la predisposizione dei rapporti scientifici Libro nero dello spreco: il cibo (2011), Libro blu dello spreco: l’acqua (2012) e Libro verde dello spreco: l’energia (2013) pubblicati di anno in anno da EDIZIONI AMBIENTE sulla base dei monitoraggi condotti nel corso di ciascuna edizione.

   Gli incontri e i dialoghi capillarmente organizzati in occasione di festival, eventi e rassegne intorno ai temi della sostenibilità, così come gli interventi nelle scuole, le giornate nazionali ed europee a tema; le conferenze sceniche ideate e prodotte dalla campagna, ovvero “-Spr+Eco”, con Massimo Cirri e “Waterfront”, con Patrizio Roversi.

   Sul piano internazionale, la campagna prevede iniziative di lotta allo spreco in Italia e all’estero nell’ambito del progetto europeo FUSIONS di cui Last Minute Market è partner insieme ad altre 20 organizzazioni provenienti da 13 paesi.

   Il Progetto FUSIONS (2012-2016), finanziato nell’ambito del settimo programma quadro di ricerca e sviluppo della Commissione Europea, è il più importante progetto internazionale di ricerca sul tema, strumento indispensabile ai fini della definizione di una nuova politica comune europea per il contrasto agli sprechi di cibo.

   La campagna prevede inoltre iniziative in sinergia con la “SAVE FOOD Initiative” della FAO come già in occasione del Side Event organizzato da Last Minute Market a Roma, in occasione della 145a Sessione del Consiglio Generale della FAO del 4 dicembre 2012.

   In conclusione, ci tengo a sottolineare che lo scopo di questo volume, non si limita alla raccolta ponderata di una serie di numeri, è più ambizioso, il nostro intento è quello di rendere evidenti, comprensibili e se vogliamo “umanizzate”, le cause che stanno all’origine dello spreco familiare, per contribuire al formarsi di una coscienza collettiva, evento indispensabile se non vogliamo che il prossimo futuro si trasformi in un “bidone”, per noi e soprattutto, per le generazioni che seguiranno.

(ANDREA SEGRÈ, Presidente di Last Minute Market, spin off accademico dell’Università di Bologna)

Per leggere tutto lo studio:

http://www.lastminutemarket.it/media_news/wp-content/uploads/2014/05/WW-Executive-Summary-2013.pdf

……………………………….

I PADRONI DEL CIBO

di Paolo Griseri, da “la Repubblica” del 19/12/2014

– Sono dieci i signori dell’industria alimentare che controllano da soli più del 70 per cento dei piatti del pianeta. Queste multinazionali gestiscono 500 marchi che entrano nelle nostre case quotidianamente – Così pasta, biscotti e caffè diventano globali, anche in Italia. E le grandi questioni, come l’uso di oli e grassi nei prodotti, vengono decise a tavolino –

   STANNO seduti intorno alla tavola del mondo e controllano da soli più del 70 per cento dei piatti del pianeta. Sono i 10 signori dell’industria alimentare: 450 miliardi di dollari di fatturato annuo e 7.000 miliardi di capitalizzazione, l’equivalente della somma del pil dei paesi più poveri della Terra. Non sempre sono nomi noti in Italia.

   Da un secolo la COCA COLA è il sinonimo della multinazionale ma solo gli addetti ai lavori conoscono la MONDELEZ. Un po’ più numerosi sono gli italiani che ricordano la KRAFT, vecchio nome proprio della Mondelez. Quasi tutti invece hanno incontrato al supermercato marchi come TOBLERONE, MILKA e PHILADELPHIA. «I 500 marchi riconducibili ai dieci signori della tavola — spiega Roberto Barbieri, direttore generale di OXFAM ITALIA — sono spesso vissuti dai consumatori come aziende a sè stanti. In realtà fanno parte di multinazionali in grado di condizionare non solo le politiche alimentari dell’Occidente ma anche le politiche sociali dei paesi più poveri».

   A rendere chiaro il quadro c’è il paradosso del ricco Epulone, il protagonista della parabola evangelica. Mentre sono 900 MILIONI LE PERSONE CHE SOFFRONO LA FAME (dati Onu settembre 2014) e che vivono sotto la tavola del banchetto sperando nelle briciole, sono 1,4 MILIARDI GLI UOMINI E LE DONNE CHE NEL MONDO HANNO IL PROBLEMA DEL SOVRAPPESO. «Sono due prodotti dello stesso sistema — osserva Barbieri — perché l’80 per cento di coloro che non riescono a sfamarsi vivono nelle campagne e lavorano per produrre cibo».

   Oxfam è un’organizzazione che si propone di aiutare le popolazioni povere del mondo cercando di rendere virtuosi, con campagne e raccolte di firme, i comportamenti delle multinazionali del cibo. Il sistema è quello di fare pressione sull’immagine dei gruppi alimentari in Occidente per spingerli a migliorare le politiche sociali nei paesi produttori.

   È accaduto con Nestlé, Mondelez e Mars per quel che riguarda i diritti delle donne che lavorano nelle piantagioni di cacao. Si chiede che accada con Coca Cola e Pepsi per evitare il fenomeno del LAND GRABBING, L’ESPROPRIO FORZOSO DELLE TERRE DOVE SI COLTIVA LA CANNA DA ZUCCHERO. «Già oggi — spiega Oxfam — sono coltivati a zucchero 31 milioni di ettari di terra, l’equivalente della superficie dell’Italia».

   LA TENDENZA ALLA CONCENTRAZIONE DEI MARCHI È IN ATTO DA TEMPO E RIGUARDA PRATICAMENTE TUTTI I SETTORI ALIMENTARI. Ci sono eccezioni quasi inevitabili come il latte e il vino. Stiamo naturalmente parlando di grandi multinazionali.

   Ma se nel SETTORE VINICOLO il blocco alla creazione di grandi gruppi è dovuto a un legame strettissimo con il territorio (ogni collina è una diversa cantina sociale), nella BIRRA non è più così da tempo: i tre principali marchi mondiali, i belgi in In Bev (Artois, Beck’s e la brasiliana Anctartica), i sudafricani di SAB Miller e gli olandesi di Heineken controllano da soli il 60 per cento del fatturato mondiale e raccolgono l’80 per cento degli utili.

   Analoga concentrazione sta per avvenire nel settore del CAFFÈ. «L’esempio della birra — spiega Antonio Baravalle, ad di Lavazza — dimostra che nei settori dell’alimentare la concentrazione delle proprietà fa aumentare i profitti». Dunque c’è da immaginare che nei prossimi anni i dieci signori che governano le tavole del mondo si ridurranno ancora? «Penso che ci sia un limite. Fondersi ancora di più non sarà facile. Mi sembra più probabile che ciascuno di quei dieci gruppi assorba nel tempo altri gruppi minori ».

   Anche se, a ben guardare la composizione della tavolata, non tutti i signori del cibo hanno la stessa consistenza. Provando a metterli in fila per fatturato, LA NESTLÉ È DI GRAN LUNGA PIÙ GRANDE (90,3 miliardi) della SECONDA classificata, LA PEPSICOLA (66,5 miliardi).

   Nonostante il suo valore iconico, come si dice oggi, LA COCA COLA è ben distaccata dalla storica rivale ed è ferma a 44 miliardi di fatturato, scavalcata da UNILEVER (60) e MONDELEZ (55). A fondo classifica la KELLOGG’S con 13 miliardi di dollari di ricavi annui. Con queste marcate differenze tra i dieci primi in classifica c’è, in teoria, ancora spazio, per i matrimoni.

   «Ma può anche accadere — spiega Baravalle — che uno dei grandi gruppi decida di liberarsi di un marchio perché non lo considera abbastanza globale». È quel che è successo, ad esempio, con la scelta di Mondelez di cedere i suoi marchi del caffè. Ed è quel che è accaduto negli anni scorsi a FINDUS, un tempo di Nestlé e Unilever e oggi in maggioranza detenuta da un fondo di investimento. Findus continua ad essere un ottimo marchio ma il suo difetto, secondo le valutazioni delle multinazionali, è quello di essere forte solo su alcuni mercati.

   Un’altra tendenza è quella di RILEVARE UN MARCHIO ALIMENTARE LOCALE PERCHÉ FACCIA DA VEICOLO ALLA PENETRAZIONE DI UN GRANDE GRUPPO IN UN MERCATO. Se Unilever, per esempio, deciderà un giorno di acquistare un marchio locale in un paese asiatico, lo farà soprattutto per mettere piede in quel mercato e poterlo affiancare dopo poco tempo con uno dei suoi brand globali.

   Dopo altri decenni di fusioni e concentrazioni, ci troveremo un giorno a consegnare ad un unico grande fratello le chiavi della dispensa del mondo? Quello di UN PIANETA IN CUI UNA SOLA GRANDE MULTINAZIONALE CONTROLLERÀ TUTTI I MARCHI ALIMENTARI È CERTAMENTE UNO SCENARIO DA INCUBO.

   Ma come tutti i processi di concentrazione, anche quello del cibo crea inevitabilmente i suoi anticorpi. Succede in politica, dove contemporaneamente alle unioni tra stati nascono i movimenti separatisti e territoriali; accade, in modo assai più virtuoso, nell’alimentare con IL SORGERE DEI PRODOTTI CHILOMETRO ZERO, i presidi territoriali, i sistemi di produzione artigianale. Chi decide di resistere alla tentazione di vendere l’azienda alle multinazionali è inevitabilmente portato a valorizzare il suo brand mettendo in evidenza il legame con il territorio.

   L’Italia è certamente uno dei Paesi del mondo dove il rischio della concentrazione dei produttori di alimenti è meno forte. Un po’ per il particolarismo che caratterizza la nostra economia asfittica. Un paese dominato dal modello per molti aspetti negativo della piccola e media impresa, che nel settore del cibo potrebbe trasformare il difetto in virtù.

   Lo dimostra UNO STUDIO CONDOTTO DALL’AGENZIA NEXT con un questionario rivolto alle aziende alimentari italiane. L’elenco di quelle principali dice che siamo ben al di sotto del livello dei colossi mondiali. L’unica che si avvicina per fatturato è la FERRERO, con 8,1 miliardi di euro di ricavi annui, circa 10 miliardi di dollari, poco meno dei 13 miliardi della Kellogg’s. Le altre sono molto più indietro. La BARILLA fattura 3,5 miliardi di euro ed è limitata dal fatto di avere come business un prodotto molto connotato localmente come la pasta. Si contano sulle dita di una mano le altre italiane sopra il miliardo di fatturato: il gruppo Cremonini (3,5) Parmalat (1,4), Amadori (1,3) Lavazza (1), Conserve Italia (1). Immediatamente sotto il livello del miliardo ci sono Acqua San Benedetto, Galbani e Granarolo.    È evidente che gli 11 signori del cibo italiano sono molto meno potenti dei commensali della tavolata mondiale. Ci si chiede se i re dell’alimentare, in Italia e nel mondo, hanno politiche comuni, accordi segreti, si mettono d’accordo per decidere che cosa mangeremo nei prossimi trent’anni.

   L’idea di una Trilateral del cibo, di un supergoverno occulto delle nostre cucine, è forse fantasiosa: «Credo anch’io che messa così possa essere un esercizio di fantasia premette Baravalle — ma sarei un ingenuo ad escludere che sulle grandi questioni di politica alimentare i grandi gruppi non esercitino, com’è legittimo, le loro pressioni sui politici ».

   Certo, la discussione delle normative comunitarie sulla etichettatura risente ed ha inevitabilmente risentito dei desiderata dei signori del cibo. Ogni particolare in più o in meno da aggiungere sul foglio informativo per i consumatori si porta dietro miliardi di investimenti.

   Il caso più clamoroso è scoppiato di recente e riguarda GLI OLI UTILIZZATI: finora è sufficiente scrivere che si tratta genericamente di “OLI VEGETALI”. Ma se domani i produttori fossero costretti a specificare quali sono quegli oli, quanti avrebbero il coraggio di scrivere che utilizzano l’OLIO DI PALMA, decisamente più scadente di quello di oliva? Ogni tanto sedersi intorno a un tavolo e decidere strategie comuni può essere utile. Anche per i signori del cibo. (Paolo Griseri)

CRISI: BOOM CIBI DI STRADA PER 3 ITALIANI SU 4, DA ARANCINI A PIADINA

da http://www.coldiretti.it/ del 15/11/2014

– Specialità della tradizione made in Italy nettamente quelle importate da kebab e hot dog –

   Quasi TRE ITALIANI SU QUATTRO (73 per cento) HANNO ACQUISTATO NEL 2014 CIBO DI STRADA, facendo registrare un vero e proprio boom per questa nuova forma alternativa di ristorazione low cost, nel tempo della crisi. E’ quanto emerge da un sondaggio on line condotto dal sito www.coldiretti.it dal quale si evidenzia un incredibile successo dello “STREET FOOD”, costituito da quegli alimenti già pronti per il consumo, che sono preparati o venduti soprattutto in strada.

   Un fenomeno che – stima la Coldiretti – ha contagiato 35 milioni di italiani perché concilia l’ESIGENZA DEL RISPARMIO con la SCOPERTA DEL TERRITORIO e dei suoi PRODOTTI TIPICI da poter gustare proprio in strada passeggiando.

   Lo dimostra il fatto che il CIBO DI STRADA preferito da ben oltre la metà dei cittadini (60 per cento) è – sottolinea la Coldiretti – quello LOCALE che va dalla PIADINA agli ARROSTICINI fino agli ARANCINI, mentre il 10 per cento sceglie i CIBI ETNICI come il KEBAB, e appena il 3 per cento predilige quello INTERNAZIONALE come gli HOT DOG.

   Nel mito del cibo di strada infatti – continua la Coldiretti – l’Italia con le sue numerosissime golosità gastronomiche non è seconda a nessuno e può vantare una tradizione millenaria come dimostrano le diverse specialità locali apprezzate dagli amanti dello street food come gli arancini siciliani, la piadina romagnola, le olive ascolane, i filetti di baccalà romano, gli arrosticini abruzzesi, la polenta fritta veneta, le focacce liguri, il pesce fritto nelle diverse località marittime e gli immancabili panini ripieni con le tipiche farciture locali che vanno dai salumi ai formaggi senza dimenticare l’immancabile porchetta.

   Non mancano i dolci come i cannoli siciliani ma anche le crostate casalinghe che si trovano spesso nei mercati degli agricoltori di Campagna Amica. Questi – afferma la Coldiretti – sono solo alcuni  esempi della grande tradizione del cibo di strada italiano che ha trovato la massima espressione in un 2014 segnato dalla crisi ma che ha però fatto moltiplicare le presenze nelle sagre e feste di paese organizzate in tutta Italia dove in molti hanno colto l’occasione per mangiare all’aria aperta a costi contenuti.

   Bisogna considerare che essendo il cibo di strada legato, nella maggior parte dei casi, alle tradizioni culinarie del territorio è l’unica forma di ristorazione meno soggetta all’influenza delle mode gastronomiche e alla distorsione delle ricette tipiche. Il fenomeno del cibo di strada – conclude la Coldiretti – ha però radici molto antiche che risalgono sino al tempo dei Romani dove gran parte della popolazione era solita gustare molto spesso i pasti in piedi e velocemente in locali aperti in prossimità della strada.

   (…..) 

IL BOOM DELLO STREET FOOD

Acquistano cibi di strada made in Italy 60 per cento
Acquistano kebab e cibi etnici 10 per cento
Acquistano hot dog e cibi internazionali 3 per cento
Totale 73 per cento

Fonte: Coldiretti

…………………………..

IL LATO VERDE DELLA CRISI, TRIPLICATI GLI ORTI URBANI

21/8/2014, da «Agenzia Dire», www.dire.it

   Mai così tante aree verdi sono state destinate ad orti pubblici nelle città capoluogo dove si è raggiunto il record di 3,3 milioni di metri quadri di terreno di proprietà comunale divisi in piccoli appezzamenti e adibiti alla coltivazione ad uso domestico, all’impianto di orti e al giardinaggio ricreativo.

   E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat dalla quale si evidenzia che nel 2013 gli orti urbani in Italia sono addirittura triplicati rispetto al 2011 quando erano appena 1,1 milioni di metri quadri. Si tratta di una risposta alla crescente domanda di verde anche nelle città che complice la crisi spinge un italiano su quattro alla coltivazione fai da te per uso domestico.

   Le coltivazioni degli orti urbani – sottolinea la Coldiretti – non hanno scopo di lucro, sono assegnati in comodato ai cittadini richiedenti e forniscono prodotti destinati al consumo familiare e, oltre a rappresentare UN AIUTO PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ e ad avere anche UN VALORE DIDATTICO, CONCORRONO A PRESERVARE SPESSO AREE VERDI INTERSTIZIALI TRA LE AREE EDIFICATE PER LO PIÙ INCOLTE E DESTINATE ALL’ABBANDONO E AL DEGRADO.

   Se a livello nazionale – precisa la Coldiretti – praticamente LA METÀ DELLE AMMINISTRAZIONI COMUNALI CAPOLUOGHI DI PROVINCIA NEL 2013 HANNO MESSO A DISPOSIZIONE ORTI URBANI PER LA CITTADINANZA, esiste una forte polarizzazione regionale con la percentuale che sale all’81 per cento nelle città del Nord (oltre che a Torino, superfici consistenti sono dedicate anche a Bologna e Parma, entrambe intorno ai 155 mila metri quadrati), meno di due città capoluogo su tre al Centro Italia hanno orti urbani, mentre nel Mezzogiorno sono presenti solo a Napoli, Andria, Barletta, Palermo e Nuoro, secondo l’Istat.

   LA CRISI ECONOMICA – rileva la Coldiretti – FA DUNQUE RICORDARE I TEMPI DI GUERRA quando nelle città italiane, europee e degli Stati Uniti si diffondevano gli orti per garantire approvvigionamenti alimentari. Sono famosi i ‘VICTORY GARDENS’ degli Stati Uniti e del Regno Unito dove nel 1945 venivano coltivati 1.5 milioni di allotments sopperendo al 10 per cento della richiesta di cibo. Ma sono celebri anche gli ORTI DI GUERRA ITALIANI nati al centro delle grandi città per far sì che, nell’osservanza dell’imperativo del Duce, “non (ci fosse) un lembo di terreno incolto”. Sono negli annali della storia le immagini del foro Romano e di piazza Venezia trasformati in campi di grano e la mietitura svolta in piazza Castello, centro e cuore di Torino in ogni epoca.

   Ora i tempi sono cambiati ed ai motivi economici si sommano quelli di volersi garantire cibo sano da offrire a se stessi e agli altri od anche la voglia di voler trascorrere più tempo a contatto con la natura. Una tendenza che – continua la Coldiretti – si accompagna anche da un diverso uso anche del verde privato con i GIARDINI e i BALCONI delle abitazioni che sempre più spesso lasciano spazio ad orti per la produzione fai da te di lattughe, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, ma anche di piselli, fagioli fave e ceci da raccogliere all’occorrenza.

   Con la crisi fare l’orto è diventato una tendenza assai diffusa che ha raccolto molti appassionati che possono oggi scegliere tra le tante innovazioni presenti sul mercato anche a seconda dello spazio disponibile. Dall’ORTO PORTATILE a QUELLO VERTICALE, dall’ORTO ‘RICICLABILE’ a quello IN TERRAZZO, da quello RIALZATO a quello DIDATTICO, ma anche l’orto URBANO e le tecniche di guerrilla gardening che possono essere adottate da quanti non hanno spazi disponibili per piantare ortaggi e frutta nei terreni nei centri delle città.

   Gli ‘HOBBY FARMERS – spiega la Coldiretti – sono una fascia di popolazione composta da giovani e anziani, da esperti e nuovi appassionati, che coltivano piccoli appezzamenti familiari, strisce di terra lungo ferrovie, parchi e campi di calcio, balconi e terrazzi arredati con vasi di diverse dimensioni o piccole aree con acqua e sgabuzzino per gli attrezzi messe a disposizioni dai comuni in cambio di affitti simbolici.

   E proprio per aiutare i tanti neofiti è nata una rete di personal trainer dell’orto grazie alla FONDAZIONE CAMPAGNA AMICA promossa dalla COLDIRETTI che è composta soprattutto da aziende vivaistiche che offrono consigli pratici e danno indicazioni ai gestori degli orti aderenti alla rete su dove rifornirsi di mezzi tecnici di produzione (terra, vasi, concime, attrezzi, reti per delimitare le piantine, sostegni vari, sementi e piantine).

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