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23:00
riprendiamo il controllo del cibo sesta parte

CINA, SE MEZZO MILIARDO DI MAIALI CAMBIA L’AMAZZONIA (E IL MONDO)

di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 21/12/2014

– Simbolo del benessere, consumi esplosi. E l’agricoltura globale ne è stravolta –

PECHINO – Per scrivere «famiglia», in mandarino si usa un carattere che mette un maiale sotto un tetto. Uno dei 12 segni dello zodiaco cinese è il maiale, associato a diligenza e generosità, prosperità, fertilità e virilità. Gli esempi aiutano a capire quanta importanza abbia questo animale nella civiltà dell’Impero di Mezzo.

   Piacevano anche a Mao Zedong i suini, li chiamava «la fabbrica di fertilizzante su quattro zampe», perché ancora ai suoi tempi non c’era casa di campagna che non ne allevasse almeno uno: venivano nutriti con gli avanzi e producevano letame organico, il migliore per concimare i campi. All’epoca di Mao il maiale era simbolo di una ricchezza sognata e i cinesi potevano permettersi di mangiare la sua carne solo in rare occasioni.

   Alla fine degli anni 70, con l’apertura all’economia di mercato, le cose sono cambiate. Oggi in Cina ci sono allevamenti giganteschi, da 100 mila suini l’uno, i cinesi producono e consumano 500 milioni di maiali l’anno, metà del mercato mondiale. E qui nasce il problema, tanto serio che l’Economist ha adottato il suino come protagonista di un lungo articolo sull’ascesa della Cina, sulla sua industrializzazione accelerata, sui pericoli che rappresenta per l’equilibrio del pianeta. Titolo: «The empire of the pig».

   Prima del boom economico i cinesi avevano una dieta a base di verdure, la carne di suino si usava con parsimonia, per insaporire i piatti. Oggi il consumo medio pro capite è di 39 chili all’anno. La tradizione del porco che riciclava gli avanzi e restituiva letame utile per coltivare i campi è stata schiacciata da un’industria enorme.

   Fino agli anni 80 il 95 per cento della produzione veniva da contadini che ne tenevano in media non più di cinque a testa; oggi imprese statali e multinazionali hanno allevamenti da 100 mila capi nei quali gli animali sono fatti ingrassare al chiuso, spesso non vedono mai la luce del sole.

   La carne di maiale è talmente importante per l’economia cinese che il suo prezzo è determinante nel calcolo dell’inflazione, quest’anno per esempio è sceso del 3,8% e lo Stato è intervenuto con sussidi agli allevatori. Il governo ha anche costituito una riserva strategica, come si fa con il petrolio: carne surgelata e animali vivi pronti per essere immessi sul mercato se il prezzo sale troppo.

   Con allevamenti così grandi e bestie ammassate per l’ingrasso, il pericolo di malattie è ricorrente, così si usano in modo massiccio antibiotici e ormoni. E questo cocktail di medicine non fa bene alla salute dei consumatori cinesi né all’ecosistema. Ogni maiale produce 5 chili di letame al giorno, che non è più il fertilizzante mitizzato da Mao, ma composto inquinante per la terra e le falde acquifere.

   Nonostante le cure spregiudicate, le morie sono frequenti: per disfarsi delle carcasse si usano spesso i fiumi. L’anno scorso i resti di 20 mila maiali sono discesi lungo il corso dello Huangpu, fino alle porte di Shanghai. Fu uno scandalo nazionale.

   MA IL MEZZO MILIARDO DI SUINI CINESI SONO UN PROBLEMA SERIO PER TUTTA L’AGRICOLTURA MONDIALE. Per ottenere un chilo di carne di porco servono sei chili di mangime. Non si possono più nutrire con i soli scarti alimentari, così PER APPROVVIGIONARSI DI SOIA E MAIS LE INDUSTRIE DELLA CINA SI RIVOLGONO AL MERCATO INTERNAZIONALE. Con esiti devastanti: il Brasile ha convertito alla soia 25 milioni di ettari di terra, spianando anche foresta amazzonica. Pechino ha anche acquistato 5 milioni di ettari di terreno in Paesi in via di Sviluppo. Forse l’Economist non esagera con il suo titolo «L’impero del maiale».(Guido Santevecchi)

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GIOVANI TRA RITORNO ALLA TERRA E FUGA DALLE CAMPAGNE

– Una ricerca Nomisma su un campione di 1.125 giovani rivela che in agricoltura solo 14 imprenditori su 100 sono under 40. Con l’Italia fanalino di coda nell’Unione europea per ricambio generazionale –

da L’ESPRESSO del 12/11/2014

   Lo ha già sottolineato Carlo Petrini al Salone del Gusto (nell’ottobre scorso, ndr) con parole nette: “Oggi i coltivatori sono solo il 3% della popolazione. E sono per lo più ultrasessantenni. Ma sappiamo bene che quando non ci saranno più non potremo mangiare comunicazione e business…”.

   Lo conferma una nuova indagine. L’agricoltura under 40 è frenata in Italia da un basso ricambio generazionale ma anche da una visione limitante sulle possibilità di sviluppo del settore.

   In Italia si assiste a una solo presunta “corsa all’agricoltura”. Ma in realtà il trend occupazionale infatti tra il 2008 e il 2013 è negativo: se coloro che hanno un impiego in questo comparto sono diminuiti del 6%, quelli con meno di 24 anni registrano un calo più che doppio, pari al 15%.

   A questo dato va aggiunto il singolare tasso di senilizzazione di cui soffre il nostro Paese rispetto ad altre nazioni europee: se in Italia gli imprenditori agricoli con oltre 65 anni di età costituiscono il 37% del totale, contro il 5% di chi invece ha meno di 35 anni, in Francia gli over 65 sono pari al 12%, mentre in Germania sono solo il 5,3%.

   E’ quanto emerge da una ricerca effettuata quest’anno da Nomisma su un campione di 1.125 giovani di età inferiore ai 40 anni, di cui 607 agricoltori. L’indagine è promossa da L’Informatore Agrario e FederUnacoma con Cattolica Assicurazioni (…). Questa struttura demografica si riflette ovviamente sull’indice di ricambio generazionale (rapporto tra imprenditori con meno di 35 anni e imprenditori con oltre 65 anni) che vede l’Italia in una posizione di debolezza relativa rispetto ai principali Paesi europei.

   Se in Italia l’indice di ricambio generazionale è pari al 14% (nel 1990 era il 17,5%), vale a dire 14 giovani ogni 100 anziani, tale rapporto in Spagna è del 18%, del 73% in Francia e addirittura del 134% in Germania (mentre la media Ue è 25-27%).

   Per quanto riguarda invece la diffusione dell’innovazione, la stessa non tarda a farsi strada nelle aziende giovani: l’intensità del lavoro per ettaro di Sau è più bassa nelle aziende agricole giovani (9,7 giornate/ettaro rispetto alla media di 10,5), indice di una maggior innovazione/meccanizzazione; la media settoriale di chi possiede un computer è limitata al 3,8% delle aziende, un dato che nelle realtà condotte da giovani agricoltori raggiunge il 45,5%.

   Ben il 46,4% dei giovani propendono inoltre per diversificare le attività, rispetto al 37,4% degli over 40. Dalla ricerca Nomisma emerge che meno del 10% dei giovani agricoltori è soddisfatto della propria dotazione di macchine e attrezzature, e, infatti, 3 agricoltori su 4 dichiarano di essere intenzionati ad acquistare nuove macchine agricole nei prossimi 5 anni, anche se permane una sensazione di incertezza per il futuro. Influisce negativamente la percezione da parte del 67% degli intervistati di essere considerati dall’opinione pubblica – in qualità di agricoltori – di “rango sociale” inferiore.

   Questa sensazione negativa porta il 47% dei giovani agricoltori ad auspicare che i propri figli continuino l’attività agricola a patto di un miglioramento delle condizioni economiche del settore, mentre un 10% si augura che possano trovare occupazione in un altro comparto.

VENETO

I GIOVANI AGRICOLTORI: “DATECI TERRENI INCOLTI

da IL GAZZETTINO NORDEST del 1/5/2014

   Recuperare i terreni incolti, far fruttare quelli agricoli in disuso, creare occupazione. Attorno a questi tre temi un centinaio di giovani imprenditori di Coldiretti, provenienti da tutte le provincie, hanno raggiunto palazzo Ferro Fini, sede del consiglio regionale, per proporre le osservazioni dei 3mila giovani colleghi under 35 al progetto di legge che istituisce la «banca della terra veneta».

   I giovani imprenditori sono stati ricevuti dal presidente del Consiglio, Clodovaldo Ruffato, e dai componenti della commissione regionale per l’Agricoltura. «In Veneto ci sono almeno 15mila ettari di terreni incolti, abbandonati o sottoutilizzati – ha spiegato Andrea Barbetta, 23 anni, imprenditore agricolo della bassa padovana, leader di «Giovani Impresa» – proponiamo un loro censimento e di ricevere in uso o in concessione questi terreni con priorità ai giovani agricoltori.

   Rendere coltivabili i terreni oggi incolti o abbandonati consentirebbe di sviluppare almeno un migliaio di nuove imprese». I giovani, però, vorrebbero che la mappatura e la seguente parcellizzazione fossero applicati direttamente dalla Regione e non da Veneto Agricoltura, istituzione ritenuta obsoleta e poco operativa.

   Proprio a Veneto Agricoltura, invece, il progetto di legge (primo firmatario: Nicola Finco, Lega Nord) vorrebbe affidare il censimento e la gestione dell’operazione. Una querelle ieri passata sotto traccia, considerato il clima di festa da primo maggio e l’accordo trasversale di merito fra le forze politiche.

   I giovani, però, non hanno mancato di invocare funzionalità, celerità e trasparenza, attraverso una banca online regionale, a libero accesso.

   In Veneto, circa il 2 per cento degli 811 mila ettari di superficie coltivabile non risulta messo a frutto: si tratta di proprietà di enti pubblici (135), di Regole e vicinanze, o di enti privati che non hanno una specifica vocazione agricola.  Ruffato ha osservato l’attuale ritorno ai campi e l’incremento delle iscrizioni presso gli istituti di Agraria.

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10 MODI PER NON SPRECARE CIBO

da http://www.casa-naturale.com/, 29/4/2014

   Le statistiche sono impressionanti: quasi un terzo (che equivale a 1,3 miliardi di tonnellate) di tutto il cibo prodotto nel mondo viene sprecato. Questo è ancora più preoccupante se si considera che la fame uccide ogni giorno più persone di AIDS, malaria e tubercolosi messe insieme. Inoltre, gli scarti alimentari sono i rifiuti che contribuiscono alla maggiormente produzione di gas serra.

Per evitare tutto questo, la soluzione è solo una ed è molto semplice: cercare ogni giorno di non sprecare cibo. Vediamo alcuni consigli da applicare tutti i giorni nella nostra vita quotidiana.

PIANIFICARE LA SPESA

Prima di fare la spesa, controllate attentamente il vostro frigo e la dispensa. Solo così avrete modo di capire di cosa avete realmente bisogno e di cosa avete già una scorta adeguata, evitando di sprecare poi cibo.

FARE LA SPESA DI FREQUENTE

Fare la spesa quotidiana piuttosto che la spesa settimanale aiuta a non fare una spesa abbondante, acquistando anche quello di cui non abbiamo realmente bisogno. Un’ottima idea è quella di fare spesa nei mercati agricoli locali, sostenendo anche l’agricoltura della comunità locale, acquistando spesso piccole quantità di prodotti sempre freschi e stagionali. Oltre a supportare la comunità locale, questo tipo di spesa è a chilometro zero.

ATTENZIONE AGLI ACQUISTI ALL’INGROSSO

Anche se acquistare grandi quantità di prodotti all’ingrosso consente un notevole un risparmio economico e di materiale per l’imballaggio, bisogna sempre fare attenzione a non comprare più del necessario, soprattutto per quanto riguarda i prodotti più velocemente deperibili. Alla fine, il risparmio economico non sarà reale se poi la maggior parte finisce nella spazzatura.

PORZIONI PIÙ PICCOLE

Se in famiglia c’è sempre qualcuno che avanza qualcosa nel piatto, prendiamo l’abitudine di fare porzioni più piccole. In questo modo, quello che viene cucinato in più può essere conservato, per poi essere mangiato in un secondo momento senza sprecare cibo.

CONSERVARE GLI ALIMENTI

Come suggerito nel punto precedente, il cibo rimanente può essere conservato. Mettete in frigorifero o in congelatore il prima possibile i cibi, prima che si rovinino e non possano più essere conservati. Inoltre ricordate che non tutti i cibi si mantegono meglio al freddo, come aglio, pesche e pomodori, che si rovinano più velocemente in frigorifero.

IL VERO SIGNIFICATO DELLA DATA DI SCADENZA

Prima di buttare via del cibo che riporta una data di scadenza, approfondisci il significato di quella data. Spesso la data indicata è una data indicativa, secondo la quale dovebbe essere preferibilmente consumata, ma non è detto che il prodotto non sia più sicuro, al di là della data indicata. Ricordare comunque che, una volta aperta una confezione, la data di scadenza di un prodotto si accorcia notevolmente, quindi non fa più fede la data di scadenza indicata.

IL COMPOST

Il 40 per cento dei rifiuti domestici medi di una famiglia è rappresentato dai rifiuti organici. Con il compostaggio, non solo si mantengono lontani dalle discariche i rifiuti, ma è utile anche per fornire nutrimento alle vostre piante.

CUCINA CREATIVA CON GLI AVANZI

Utilizzare il pane secco per fare degli ottimi crostini è solo una delle tante idee che potete mettere in pratica in cucina per fare meno sprechi possibile. Esistono molte ricette di recupero che sicuramente faranno al caso vostro.

AIUTI ALIMENTARI PER LA COMUNITÀ

Esistono molte organizzazioni che ogni giorno fanno raccolte alimentari per le persone più bisognose. Tutto ciò che per voi è in sovrappiù potrebbe essere fondamentale per qualcun’altro in difficoltà.

LA DOGGY BAG

In Italia non è un’operazione diffusa perché considerata spesso poco elegante. Ma la cosiddetta doggy bag, permette di non sprecare il cibo anche quando siete fuori casa. Non vergognatevi, dunque, nel chiedere di poter portare a casa i vostri avanzi, se questo significa aiutare il pianeta con un piccolo gesto.basta-sprecare-cibo da www_casa_naturale_com_

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ITALIAN SOUNDING

ITALIAN SOUNDING: ITALIANI, POPOLO DI SANTI, NAVIGATORI E PRODUTTORI DI FORMAGGIO UN PO’ IPOCRITI

da http://www.dissapore.com/

   Cos’è l’Italian Sounding? Pecorino cinese di mucca, Asiago del Wiscounsin, Chianti del Maryland, Parmesao brasiliano, Parmesan, Pamesello, wurstel Bologna, Parma Ham, Amaretto Venezia, la pasta Verdi e la salsa Gattuso (da Rino, il calciatore), il Daniele Prosciutto, la mozzarella di Dallas, il Grana Padano danese. Un po’ come dire: prodotti che storpiano parole, colori, immagini e marchi del redditizio Made in Italy alimentare per sfuggire alle (poco restrittive) leggi internazionali. Basta una cifra. Negli Stati Uniti solo un prodotto su 8 di quelli venduti con un nome italiano proviene dal nostro Paese.

   Perciò uno legge e pensa, come Corrado Guzzanti-Quelo, che causa Italian Sounding “c’è grossa crisi” (in effetti).Rapesan

Però, però.

   Ci scrive un puntiglioso lettore dal Libano (nientemeno).

Buongiorno da Beirut! Vi scrivo perché mi sono appena imbattuto in una confezione di “Rapesan”, una delle tante imitazioni di Parmigiano Reggiano e Grana Padano che s’incontrano in giro per il mondo, e delle quali, giustamente, diciamo peste e corna. La faccenda curiosa è che lo commercializza uno dei principali caseifici all’interno del Consorzio Grana Padano, nonché produttore di Parmigiano Reggiano, la Agriform di Sommacampagna (VR)… Cosa ne pensate? Posso mandarvi foto al riguardo.

Certo che sì. Didascalie incluse, possibilmente.

Eccomi, ci sono almeno un paio di spunti interessanti, ovvero: sulla confezione si parla di Rapesan, non un nome inedito perché usato da Fallini Formaggi di Gattatico (RE), che ne detiene il marchio per un suo formaggio grattuggiato. In pratica, Fallini produce il Rapesan per Agriform che lo commercializza con lo stesso nome.

   Ma il punto è che la confezione riporta il contenuto in varie lingue, e quella in arabo parla esplicitamente di “parmesan” (ho cerchiato la parola nella foto). Insomma, da qualsiasi parte la si voglia guardare, che un membro del consorzio del Grana Padano e produttore di Parmigiano Reggiano (che tanto sbraita per la difesa del suo marchio), e il leader italiano nella produzione di formaggio grattugiato con certificato di conformità del Parmigiano Reggiano, commercializzino all’estero un anonimo e discutibile formaggio di provenienza tutta da accertare trovo sia quanto meno ipocrita.

   Non sò, ditelo voi. Se da una parte lagnarsi che l’Italian Sounding sottrae all’industria alimentare italiana 70 miliardi di euro ogni anno, e dall’altra trarne benefici è “quanto meno ipocrita”.

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L’INVASIONE DEGLI ULTRACIBI

di Emanuele Coen, da L’ESPRESSO del 25/12/2014

– Bistecche sintetiche, maionese senza uova, spaghetti in 3D, latte iperproteico. Le biotecnologie rivoluzionano l’alimentazione. In un pianeta sempre più famelico –  

   Grande come una pallina da ping pong, la “ wikipearl ” si scioglie in bocca a contatto con la saliva. Il guscio è commestibile e racchiude yogurt, formaggio, oppure gelato. Zero packaging, impatto ambientale quasi nullo: sugli scaffali dei supermercati bio Whole Foods, negli Stati Uniti, una confezione da due “conchiglie” costa quattro dollari. È l’ultima invenzione di WikiFoods, la startup di Cambridge fondata da David Edwards, un biologo che insegna a Harvard. La pallina ecosostenibile non cambierà le sorti dell’umanità, ma per il newsmagazine americano “Time” è una delle 25 invenzioni più importanti del 2014: il segno che, d’ora in poi, il mondo del cibo non sarà più come lo abbiamo conosciuto finora.

   La biotecnologia, infatti, sta rivoluzionando lo scenario dei prodotti alimentari, nei Paesi avanzati e in quelli emergenti. Nel settore degli ogm, ma soprattutto in quello dei cibi naturali, accettati con maggior favore dall’opinione pubblica. Le industrie agroalimentari e i “food lab” delle startup sfornano novità a getto continuo: bistecche sintetiche ricavate da cellule staminali bovine, maionese senza uova, hamburger vegetali al gusto di carne per vegani e vegetariani, spaghetti stampati in 3D. E ancora, diavolerie come Fairlife, il “superlatte” che Coca Cola si prepara a lanciare nel 2015: contiene il 50 per cento di proteine in più, il trenta per cento degli zuccheri in meno, molto calcio e zero lattosio.    Con la diffusione di allergie, intolleranze alimentari e celiachia, inoltre, già da tempo è esploso – anche in Italia – il mercato degli integratori alimentari e dei cibi “gluten-free”. In un contesto del genere, in cui il marketing ha un ruolo preponderante, ha un sapore romantico il libro “In difesa del cibo” (Adelphi editore), in cui Michael Pollan spara a zero contro gli eccessi del nutrizionismo e invita tutti a «non mangiare nulla che la vostra bisnonna non riconoscerebbe come cibo».

A TAVOLA IN NOVE MILIARDI

Se l’invasione degli “ultracibi” è già cominciata, cosa mangeremo nel 2050? La domanda è d’obbligo, visto che in quella data la popolazione mondiale raggiungerà quota nove miliardi e cento milioni, un bel balzo rispetto ai sette miliardi di oggi. Ed è una questione di stretta attualità alla vigilia di Expo 2015, a Milano, il cui tema è “Nutrire il pianeta-energia per la vita”.

   Nei prossimi decenni la crescita demografica sarà concentrata nei Paesi emergenti e nelle grandi città. Risultato: secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), la produzione alimentare per nutrire tutti dovrà aumentare del 70 per cento, spinta soprattutto dai consumi delle cinque nazioni in cui la classe media diventerà più ricca: Cina, India, Indonesia, Nigeria, Pakistan. Da 2.800 calorie consumate al giorno, le stime dicono che nel 2050 si passerà a 3.500. Con le dovute differenze, lo scenario evoca il film di fantascienza “Interstellar” di Christopher Nolan, in cui un gruppo di astronauti abbandona la Terra, priva di cibo a causa dei cambiamenti climatici. E parte alla scoperta di nuove risorse.

QUINOA E AMARANTO NEL PIATTO

Da questi numeri parte “Food, il futuro del cibo”, la grande mostra di National Geographic (fino al primo marzo 2015 al Palazzo delle Esposizioni a Roma) che racconta l’alimentazione in tutti i suoi aspetti. Oltre 90 immagini dei fotografi di NatGeo per rispondere alla domanda: come sfamare in maniera sostenibile un pianeta sempre più affollato? Una cosa è certa: per produrre di più e a costi accessibili, occorre mettere in campo soluzioni inedite.

   Orti urbani, piccole serre domestiche per la coltivazione idroponica (in acqua) di frutta e verdura, integratori alimentari naturali creati in laboratorio. Uno studio Fao, che ha fatto molto discutere, suggerisce di guardare agli insetti che abitano nelle foreste, già oggi nella dieta di due miliardi di persone: coleotteri, bruchi, vespe, formiche, cavallette e grilli, ricchi di proteine e grassi buoni, calcio, ferro e zinco.

   «C’è bisogno di nuovi cibi, ma serve soprattutto incrementare la produttività delle terre coltivate, che nei prossimi anni tenderanno a diminuire per effetto della pressione demografica e dei cambiamenti climatici», sintetizza Francesco Bonomi, docente di Biochimica all’università di Milano, uno dei professori del team del professor Gian Vincenzo Zuccotti, che collabora con Expo 2015 su incarico del rettore dell’ateneo. Da esperto biochimico, il professor Bonomi ha ben presente il tema dell’innovazione tecnologica. Ma per affrontare il problema suggerisce di partire dagli sprechi. «È uno dei temi cruciali, ma non riguarda solo il cibo buttato nella spazzatura. Molte derrate alimentari, infatti, restano nei campi; altre vengono danneggiate da parassiti o altri agenti patogeni».

   Molte risorse alimentari, tuttavia, sono più vicine di quanto sembri. «Innovare significa anzitutto attingere a materie prime finora sottoutilizzate. E aprire in Occidente nuovi mercati per i Paesi emergenti. Fino a dieci anni fa chi aveva mai sentito parlare di quinoa e amaranto?», continua Bonomi. La quinoa, alimento base delle antiche civiltà delle Ande in Sudamerica, è coltivata soprattutto in Perù e in Bolivia. Non è un cereale, ma è spesso definita uno pseudocereale per via del suo aspetto, simile a un chicco di grano. In Italia è nota a un pubblico più ampio e crescente: priva di glutine e ricca di proteine, viene spesso utilizzata da vegetariani e vegani. E appartiene alla stessa famiglia dell’amaranto, pianta color rosso utilizzata da migliaia di anni in Centro e in Sud America. È lungo l’elenco delle piante potenzialmente appetibili: la perilla, pianta aromatica della famiglia della menta; diverse specie di riso dell’Africa sudoccidentale; la stevia, originaria dell’Uruguay, uno dei più potenti dolcificanti al mondo; i semi di chia, coltivati già dagli Aztechi in epoca precolombiana, ricchi di acidi grassi omega 3.

   Alcuni spunti interessanti vengono dalla mostra “Food – La scienza dai semi al piatto” (Museo di Storia Naturale di Milano fino al 28 giugno 2015), a cura di Dario Bressanini e Beatrice Mattino: un percorso avvincente tra immagini al microscopio, video didattici e giochi interattivi, alla scoperta di semi che escono per la prima volta dalle più importanti banche dei semi italiane. «La biodiversità è un concetto da applicare su scala planetaria, non in chiave autoreferenziale», avverte Bonomi: «Non si tratta di tutelare il cardo gobbo e il lardo di colonnata, ma di aprire nuovi mercati a prodotti che provengono da altre aree del mondo. Sul piano dell’innovazione l’Italia sconta un ritardo culturale e industriale impressionante. Siamo bravi a difendere ciò che abbiamo, ma non sono convinto che questa sia una buona strategia in un pianeta sempre più globalizzato».

SILICON VALLEY 2.0

Nel frattempo, gli investitori privati hanno fiutato l’affare e puntano sulle startup “food tech”, le giovani fucine dove nascono i cibi del futuro. Nel primo semestre 2014, le società del settore “food and beverages” hanno raccolto nel mondo un miliardo e cento milioni di dollari, secondo l’istituto di ricerca Dow Jones VentureSource. L’anno scorso, il settore aveva attirato 1,59 miliardi di dollari, in crescita del 39 per cento rispetto al 2012.

   Se gli Stati Uniti – e la Silicon Valley – fanno la parte del leone con 678 milioni di dollari, gli altri non stanno a guardare. In Cina, ad esempio, nel 2013 gli investimenti privati nelle startup del settore ammontavano a oltre 484 milioni, a 129 in India, a 93 in Germania. E in Italia? Negli ultimi tempi, anche in vista dell’Expo, le iniziative si moltiplicano: Alimenta2Talent è un concorso per idee di impresa, promosso dal Comune di Milano e dal Parco Tecnologico Padano di Lodi, che premia e finanzia le migliori idee per cambiare il modo di fare agricoltura. Cinque i progetti premiati a novembre su 100 pervenuti: dalle colture acquaponiche agli aerogel, dal “pasto confezionato” per le intolleranze alimentari alla piattaforma di e-commerce per vendere i cibi in scadenza.

NASCE IL MASTER IN FOOD INNOVATION

Inoltre, il Future Food Institute di Bologna ha appena lanciato il primo master in Food Innovation, insieme all’università di Reggio Emilia e all’Institute for the future di Palo Alto, in California. Dedicato a studenti italiani e stranieri, durerà otto mesi (marzo-novembre 2015), tra lezioni teoriche e laboratori a cura di docenti provenienti da tutto il mondo, tra cui Caleb Harper, fondatore del progetto MITCityFarm dedicato all’alimentazione di domani.

La seconda fase del master, invece, consisterà in un “maker space” in cui verranno creati prototipi innovativi di prodotti e servizi. E durante l’Expo studenti, cittadini e imprese saranno coinvolti in “hackaton”: maratone di cervelli sulle sfide che attendono l’umanità. Nel consiglio scientifico del master c’è anche l’imprenditrice bolognese Sara Roversi, che nel 2008 fondò insieme a Andrea Magelli You Can Group, incubatore di imprese nel campo del cibo, da cui è nato il Future Food Institute. È lei l’anima delle “hackaton”. «Il mondo delle startup è in grande fermento, non solo negli Stati Uniti. C’è chi fa ricerca in laboratorio, producendo magari spirulina, una microalga che può integrare altri prodotti come pane e pasta. E chi studia sul campo, cercando materie prime alternative. Ma c’è un filo rosso che unisce tutti: l’attenzione alla sostenibilità nel modo di produrre, impacchettare, risparmiare energia, ridurre gli sprechi».

   Ogni volta che facciamo la spesa, dunque, compiamo una scelta etica. Del resto, come recita l’aforisma più famoso dello scrittore americano Wendell Berry, ampiamente citato da Slow Food: «Mangiare è un atto agricolo».

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UN PATTO PER IL CIBO (PER CHI NON NE HA, PER CHI NE HA TROPPO)

di Elisabetta Soglio, da “LA LETTURA”, supplemento domenicale de “il Corriere della Sera” del 13/4/2014

– Il 1° maggio 2015 a Milano aprirà l’Esposizione Universale, un evento anche culturale con un grande obiettivo: «Nutrire il pianeta. Energia per la vita». Attesi 20 milioni di turisti –

   Il mondo a Milano. Sta per scattare il conto alla rovescia in vista dell’apertura di Expo: il primo maggio del 2015 i cancelli di questo immenso sito espositivo, oltre un milione di metri quadrati a Nord del capoluogo lombardo, si apriranno ai 20 milioni di turisti attesi da tutti i continenti. L’esposizione dedicata al tema dell’alimentazione («NUTRIRE IL PIANETA. ENERGIA PER LA VITA») segnerà un cambiamento epocale nell’impostazione delle esposizioni universali: meno fiera, meno effetti speciali e meno sfarzo rispetto a quanto visto nell’ultima edizione, quattro anni fa, a Shanghai.

   La forza dell’evento, come ripete il commissario unico Giuseppe Sala, «sarà piuttosto nel messaggio, nell’eredità culturale che vuole lasciare»: a partire dal protocollo alimentare (sul modello di quello di Kyoto, dedicato all’ambiente) che affronti le questioni dello spreco di cibo, degli stili di vita sana legati alla nutrizione e dell’agricoltura sostenibile. È la dimensione culturale di Expo che in queste pagine ci interessa approfondire, dunque. Anche perché la risposta arrivata dagli oltre 130 Paesi partecipanti dimostra che il tema scelto è all’ordine del giorno nelle agende internazionali. Sarà un’Expo da record: 60 padiglioni self built, realizzati dalle varie nazioni (rispetto ai 42 di Shanghai), e 9 cluster, i raggruppamenti nei quali per la prima volta gli Stati si riuniranno non più per vicinanza geografica, ma intorno a un prodotto: dal cacao al riso, dai cereali alla frutta, dal caffè alle spezie.

   Un tema che, oltretutto, offre molte suggestioni e spunti narrativi dal punto di vista storico e architettonico. Expo proporrà 5 SPAZI TEMATICI: il PADIGLIONE ZERO, che farà da apertura a tutto il sito; il CHILDREN PARK, uno spazio interattivo e di gioco dedicato ai bambini realizzato in collaborazione con Reggio Children, che con la sua fondazione pro- muove progetti educativi innovativi ormai apprezzati in tutto il mondo; il PARCO DELLA BIODIVERSITÀ, un percorso fra serre e giardini per svolgere il tema dell’agrobiodiversità sviluppato con la supervisione scientifica della facoltà di Agraria dell’Università Statale di Milano; il PADIGLIONE DEL CIBO NEL FUTURO, studiato per raccontare come sarà il supermercato di domani, come compreremo e come ci nutriremo; e poi ancora FOOD IN ART, che per questioni di spazio, e anche per dare l’idea che questa Expo non si ferma ai confini del sito ma coinvolge tutta Milano, è stato trasferito nella sede della Triennale.

   Expo ha coinvolto nella sua sfida grandi nomi. Da CARLIN PETRINI, padre di Slow Food, a ERMANNO OLMI, al lavoro per realizzare un grande documentario sul cibo; il premio Oscar DANTE FERRETTI è concentrato sulle scenografie di piazza Italia; GIORGIO ARMANI aveva coordinato la giuria che ha scelto il simbolo, fra le proposte di giovani designer; l’architetto CARLO RATTI sta preparando il padiglione del futuro, mentre GERMANO CELANT si è preso in carico Food in Art. Ancora: la DISNEY ha ideato la mascotte, che è una rivisitazione in chiave cartoon di una figura dell’ARCIMBOLDO. E molte grandi aziende, da Telecom ad Accenture, da Cisco a Ferrero, dalla Coop alla Fiat, hanno firmato partnership con Expo, che frutteranno alla società 350 milioni di euro fra servizi e cash.

   Ma non è solo profit: poiché nutrizione è anche solidarietà, Expo ha voluto destinare Cascina Triulza, opportunamente ristrutturata, a sede del volontariato e della società civile: qui, durante i sei mesi dell’esposizione, le onlus presenteranno le loro attività e la loro mission. Sarà anche un’Expo al femminile: fin dalle origini e in natura «ogni donna è depositaria di pratiche, regole, antiche eredità che le danno la capacità di nutrire gli altri». Sulla base di questa analisi, è stato lanciato il programma Women for Expo, cui hanno aderito artiste, scrittrici, intellettuali, politiche e donne comuni che raccolgono questo sapere profondo per riproporlo al mondo come strumento di progresso equo.

   E poi ci sono i progetti: altra novità di Milano 2015 sono infatti le «regole» dettate ai Paesi che stanno ideando i loro spazi espositivi richiamando, anche nelle architetture, il tema scelto. Avremo così il padiglione della Thailandia che riprende l’immagine del cappello di paglia usato dagli agricoltori; il percorso ondulato, quasi a camminare in mezzo alle dune, pensato da Norman Foster per gli Emirati Arabi Uniti; il ni- do che accoglie e nutre di Palazzo Italia; la mela della Moldavia e la grande quercia della Lettonia; le sfere a forma di seme della Malaysia e la terra del vento proposta dall’Azerbaigian; il «buon respiro» del polmone vegetale dell’Austria e il muro verde di Israele.

   Altra regola di Expo: il 45% dello spazio, è stato stabilito, dev’essere all’aperto e quindi vedremo più giardini e serre che porte e muri. La Thailandia farà attraversare il proprio spazio da un fiume d’acqua, lungo il quale si muoveranno le caratteristiche imbarcazioni piene di prodotti locali, come nei mercati fluviali del Sudest asiatico. Il Cile lascerà il piano terra aperto sui lati e realizzerà una tavola imbandita lunga quanto tutto l’asse principale del padiglione; nel patio del padiglione spagnolo si troveranno alberi d’arancio e un pergolato di fragole a costituire una zona d’ombra; ci saranno poi i silos di cereali della Svizzera e il giardino delle essenze mediterranee del Marocco. Allo stesso tempo, le strutture devono essere in materiale riciclabile, ecologico e sostenibile e, non a caso, vedremo predominare il legno (scelto fra gli altri anche da Romania, Francia, Estonia e Cile).

   Per questo, il Giappone rivestirà la propria struttura con lamelle di una specie di cipresso che cresce soltanto nell’arcipelago; il Nepal ha già messo al lavoro i propri artigiani più specializzati per intagliare i legni del padiglione con immagini della cultura locale legate al tema dell’alimentazione (e i pezzi più pregiati verranno messi in vendita a fine Expo). Nulla si dovrà sprecare e il Principato di Monaco ha predisposto che la struttura a container che proporrà a Milano poi verrà smontata e trasformata in alloggi di emergenza già destinati a Paesi bisognosi. All’Expo dedicata all’alimentazione si potrà percorrere un viaggio fra tutti i sapori del mondo. In quelli nazionali, anzitutto, che saranno valorizzati lungo il Padiglione Italia (dai 2 mila metri quadrati di Padiglione del Vino agli 8 mila del ristorante di Oscar Farinetti, che proporrà venti cucine regionali), nelle aree mercato e assaggio dei cluster e negli spazi di molti Paesi che allestiranno anche locali di ristoro.

   Una città aperta anche alla sera: il cartellone di Expo propone decine di eventi, a partire dagli spettacoli affidati al CIRQUE DU SOLEIL e allo straordinario programma della Scala (che sarà aperta ogni giorno nei sei mesi dell’esposizione e alzerà il sipario con la Turandot diretta dal maestro Riccardo Chailly). Una piazza aperta, ospitale, allegra. Una realtà che vuole offrire spunti di riflessione e soluzione a uno dei problemi del pianeta, quello dell’alimentazione sana e per tutti, e che aspira a dare un contributo allo sviluppo equo e sostenibile del pianeta. Questo vorrebbe essere Expo. (Elisabetta Soglio)

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