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Blog » 2015 » Gennaio » 21 » Sergio Di Cori Modigliani: La Finta Sinistra del "chiagne e fotte"
17:49
Sergio Di Cori Modigliani: La Finta Sinistra del "chiagne e fotte"

 

"Coloro che non possono ricordare il passato, sono condannati a ripeterlo per sempre".

George Santayana, 1922



di Sergio Di Cori Modigliani

Chi pensava, nella primavera del 2013, che l'Italia stesse toccando il livello più basso mai raggiunto, si sbagliava di grosso.
Si andò, allora, alla fine di febbraio, alle elezioni politiche generali.
Il PD -la cosiddetta sinistra democratica italiana- era andata al voto chiedendo agli elettori credito e fiducia in cambio di "mai più con Berlusconi che ha voluto Mario Monti".
Dal canto suo, il PDL -la cosiddetta destra democratica italiana- era andata al voto chiedendo credito e fiducia per "fermare la sinistra liberticida del PD che ha voluto Mario Monti".

Con la serenità del giudizio storico, che il distacco del tempo ci concede a posteriori, sappiamo come, l'ultima volta che la volontà popolare si è espressa per una elezione nazionale, il giudizio degli elettori era stato perentorio, chiaro, netto: a) sull'onda del tutti a casa e l'onestà andrà di moda, il M5s aveva sbaragliato ogni previsione e vinto le elezioni; b) se al 25% del movimento aggiungiamo anche gli astenuti, le schede bianche degli antagonisti spaventati e timidi e le schede nulle dei cinici (insulti vomitati dentro l'urna) si raggiunge la cifra del 58%.
La maggioranza assoluta del paese, quindi, esigeva, pretendeva, un cambio totale di passo.
Superato lo shock iniziale si andò alle elezioni presidenziali, evento che offrì l'immagine di una impresentabile classe politica, incapace di comprendere la nuova realtà del paese.
Lì si toccò il fondo, secondo molti.
Poi, il PD e il PDL scelsero e decisero di mettersi insieme fingendo di non stare insieme, violando totalmente il rapporto di fiducia con il proprio rispettivo elettorato.
Giorgio Napolitano benedì la scelta e accettò di apporre il suo sigillo istituzionale.

Questa, più che una opinione, è un resoconto storico dei fatti nudi e crudi.

24 mesi dopo, ci troviamo nella stessa identica situazione.
La classe politica italiana sta offrendo lo spettacolo davvero disgustoso di una colossale rissa per eleggere un presidente, una figura che deve avere un'unica caratteristica accettabile: che sia davvero sotto le parti, nel senso che svolga come sua prima e unica mansione quella notarile di rispettare il patto del nazareno, gestendo gli interessi di Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi.
Se prendiamo in considerazione i sondaggi ci accorgiamo che il paese, nel frattempo, è cresciuto nella sua consapevolezza: capisce sempre di più e ne ha le palle strapiene, e questa, a mio avviso, è una buona notizia. 
Se sommiamo, infatti, i voti del M5s (alcuni lo danno al 18%, altri al 20%, altri al 21%, è uguale) a quelli dell'astensionismo, schede bianche e nulle, si arriva al 78% dell'elettorato.
Se ci aggiungiamo anche quelli della Lega Nord (circa il 13% a livello nazionale) arriviamo al 91%.  Volutamente semplificato e tradotto, vuol dire che le persone di cui tutti parlano, i cosiddetti protagonisti politici che voi seguite nei talk show televisivi, rappresentano una esigua minoranza del paese, forse complessivamente non arrivano neppure a 5 milioni: sono soltanto l'8% della popolazione. Si tratta più o meno della quota statistica che l'Istat ci comunica essersi arricchita ancora di più nel 2014, aumentando il proprio reddito del 46% rispetto al 2013, del 92% rispetto al 2012 e del 123% rispetto al 2011 quando "ufficialmente" è esplosa in tutta la sua virulenza la crisi di sistema.
E' giusto quindi che il caro leader, a loro rappresentanza, sostenga che in Italia le famiglie si stanno arricchendo. Chi contesta questa frase commette un grave abbaglio, un gravissimo errore politico di miopia: la frase va, invece, avvalorata, analizzata, esaltata, perché è davvero così. E soltanto accettando la autentica realtà dei fatti oggettivi e sostanziali è possibile comprendere lo stato dell'arte e quindi sapere come muoversi, reagire, posizionarsi.

Qui arriva la brutta notizia, come rovescio di quella che dicevo positiva.

Gli italiani sono costretti a rivivere la stessa identica esperienza del 2013 pensando di star partecipando. Non solo: pensano addirittura che sia diverso dalla primavera del 2013.
E' identico. Anzi, peggio.
E l'Alzheimer sociale di cui l'Italia soffre sta condannando questa nazione alla totale irrilevanza
A differenza del resto d'Europa, che ha coltivato la memoria storica come culto fondamentale, a garanzia del proprio benessere ritrovato dopo secoli di orrende guerre sanguinose, l'Italia ha scelto di non elaborare nulla e quindi di non trarre giovamento dalle lezioni del passato. 
Rifiutandosi di accettare da dove viene la nazione, quindi, gli italiani negano a se stessi la possibilità di sapere dove stanno andando.
Questi ultimi due anni risuonano di echi che mi ricordano gli anni venti del secolo scorso.
Non è una farsa, altrimenti si sarebbe manifestata nello stesso identico modo.
Ma ne contiene tutti i connotati, la sostanza, l'intendimento, i fini, tradotti nella modalità post-moderna iper tecnologica dei nostri tempi mediatici. 
Nel 1922 con la marcia su Roma, Benito Mussolini aveva preso il potere e aveva detto al re Vittorio Emanuele II la stessa identica frase di Matteo Renzi riadattata ai tempi. Invece di "stai sereno Enrico", aveva esclamato "Sua Maestà può stare tranquilla, è mia intenzione governare in coalizione con i liberali, i socialisti e i popolari per garantire un governo di alleanza nazionale tra tutte le forze democratiche". 
De Gasperi (popolari cattolici) Giolitti e De Nicola (liberali) e i socialisti gli credettero e si fidarono di lui. All'inizio stavano tutti insieme.
Il primo atto del balbettante governo fascista fu quello di garantirsi la complicità della criminalità di allora, della classe degli imprenditori e dei banchieri legati alla speculazione finanziaria in borsa che allora stava impossessandosi dei mercati provocando il crollo dell'agricoltura e dell'industria nascente. 
Gli italiani nutrono due grandi passioni: il rispetto per i criminali e il gioco d'azzardo.
E così, l'Italia, nel 1923 con enorme sgomento dell'intera Europa, diventa un gigantesco casinò. Soltanto nel 1923 il governo rilascia 17.560 licenze private per aprire case da gioco e ben 44.000 nuove licenze per bordelli "internazionali" facendo gestire al partito la compravendita di schiave del sesso. La cocaina diventa di moda e viene diffusa a tutti i livelli della buona borghesia. Tant'è vero che il più grande bestseller dell'era fascista fu il romanzo, pubblicato di lì a qualche anno, che si titolava "Cocaina" firmato dal vate fascista Pittigrilli, vera celebrity dell'epoca.
I socialisti e i popolari si indignano e alla camera dei deputati, per tutto il 1923, si susseguono interpellanze parlamentari relative al rifiuto del governo di far tassare il gioco d'azzardo per risanare il debito pubblico, avendo scelto, invece, di affidarne la cura a delegati del partito. Soltanto tra il maggio e il settembre del 1923 si verificano ben 47 proteste contro la trasformazione vergognosa del Regno d'Italia in un gigantesco casino e casinò. E' Giacomo Matteotti, deputato socialista, a guidare la protesta, scandalizzato per l'ubriacatura della nazione.
Vengono chieste nuove elezioni e si tratta.
Dopo mesi di un estenuante braccio di ferro, alla fine Mussolini decide di far varare una nuova legge elettorale "che sia moderna, al passo con i tempi e rispetti le prerogative e la volontà di ogni sezione dell'apparato elettorale", e così viene votata la legge Acerbo.
Molto simile all'Italicum.
E così si va alle elezioni nell'aprile del 1924, per i 12,5 milioni di italiani aventi diritto.
La tornata elettorale è funestata da violenze di ogni genere.
Per riuscire ad ottenere il premio di maggioranza e imporre i capilista nominati, Mussolini invece di presentarsi come Partito Nazionale Fascista, si presenta con quello che allora venne chiamato "il Listone", ovvero centinaia di liste civiche autonome, indipendenti, formate per lo più da sovranisti, da anti-europeisti, da modernisti, ai quali viene prospettata e promessa una quota di partecipazione nella gestione del governo.
Il 16 Aprile del 1924 si vota.
Il listone di Mussolini (circa una quarantina di liste civiche) grazie al premio di maggioranza ottiene il 60,5% dei voti validi. Mussolini  propone subito di varare un governo di alleanza con popolari, liberali e socialisti, avvalendosi del fatto che saranno sempre in minoranza.
Tre giorni dopo, all'apertura della nuova Camera dei Deputati, il socialista Giacomo Matteotti denuncia -con prove documentate- "la truffa istituzionale" accompagnata da migliaia di brogli nelle sedi elettorali. Iniziano furibonde sedute parlamentari nel corso delle quali Matteotti parla per ore e ore raccontando nel dettaglio episodi, con nomi e cognomi.
De Gasperi e i popolari, de Nicola e i liberali rimangono molto scossi e indignati e decidono di rifiutarsi di accettare l'alleanza con Mussolini. Viene stabilita la data del 12 giugno come il giorno in cui Matteotti porterà in aula inoppugnabili e definitive prove contro il governo.
Il 10 giugno del 1924 il deputato socialista viene ucciso all'età di 39 anni.
Si apre un vorticoso periodo in cui una commissione parlamentare deve decidere e stabilire la matrice dell'omicidio. Poiché non c'è il cadavere, Mussolini sostiene che Matteotti non è morto ma è scappato via. Da quel momento fino al ferragosto, sale nel paese la violenza da una parte e l'indignazione dall'altra. Il 16 agosto del 1924 viene trovato in una boscaglia il corpo di Matteotti. Monta la protesta popolare soprattutto quella che fa capo ai popolari e ai liberali. Il 18 agosto, il quotidiano Il Mondo, in una conferenza stampa nell'associazione stampa estera di Milano, comunica che il giorno dopo pubblicherà una intervista in esclusiva con il sicario che ha ucciso Matteotti, il quale si presenta alla polizia sostenendo di aver ricevuto l'ordine direttamente da Mussolini, avvalorato da quattro testimoni. I socialisti, i comunisti, i popolari abbandonano il governo e il parlamento e, in preda all'indignazione, si ritirano in una sala dell'Aventino. Mussolini è considerato un uomo finito. Ci si attende il suo arresto e la sua incriminazione. Bonomi si reca dal re il quale dichiara "io non giudico e neppure governo, io regno, quindi non voglio entrarci". Si apre una fase surreale nella quale Mussolini governa e parla con l'opposizione che però sta da un'altra parte. Finché, a conclusione dei lavori della commissione parlamentare, Mussolini invita tutti il 3 Gennaio 1925 alla Camera, in quel giorno stipata in ogni ordine di posti.
Fa un discorso della durata di diverse ore spiegando che l'Italia ha bisogno di riforme strutturali, ha bisogno di recuperare la sovranità monetaria, e che ha la possibilità di ritornare a essere la locomotiva d'Europa e il faro della cultura nel mondo. Ma per far ciò è necessario andare molto molto veloci per essere al passo con i tempi ed è necessario eliminare -per il bene della nazione- tutti i pessimisti, i menagramo, i disfattisti che impediscono all'Italia di ritornare a correre. Alla fine del discorso, conclude "volevate la cancellazione delle elezioni dell'aprile 1924 per poter governare? Eccovi accontentati: quell'elezione non vale più nulla, viene cancellata. Ma da oggi viene cancellato anche il parlamento, perché non permetterò mai che si metta il bastone tra le ruote a chi vuole far grande l'Italia. Da questo momento, il parlamento non esiste più". Esce dall'aula, va dal re e gli spiega come stanno le cose. Il re ascolta e dice che va bene così.
Dal giorno dopo inizia il ventennio ufficiale della dittatura fascista, con l'abolizione delle due camere, e la cancellazione di ogni prerogativa democratica.

Gli storici più diligenti, intelligenti, rigorosi e colti, sono concordi nell'aver attribuito la totale responsabilità della nascita del fascismo al "consociativismo perverso tra democratici e anti-democratici" (Renzo de Felice).
Il prof. Giorgio Spini, che considero un grandioso storico italiano, accusò la sinistra italiana di "essere caduta nella trappola della condivisione complice del potere andando a costruire un'alleanza tra compagini politiche che erano idealmente opposte e quindi non potevano sottoscrivere alcun patto comune, dato che stavano insieme sorrette unicamente da comuni interessi economici e niente di più: inevitabile lo scontro tra diverse interpretazioni del mondo, delle esistenze, dell'etica, della gestione della cosa pubblica".

Ebbene, noi veniamo da lì.
E non avendolo mai incorporato, e quindi non ricordato, non possiamo sapere se saremo in grado di evitare di ripetere la stessa identica esperienza, con le dovute modifiche di una diversa epoca storica.
E' penoso ascoltare oggi le lacrimose lamentele di ipocriti nostrani della cosiddetta sinistra italiana, incapaci di avere il coraggio di prendere atto di ciò che sta accadendo.
Osano anche indignarsi, osano anche protestare. Hanno partecipato per decenni ai bagordi nei bordelli statuali istituzionali e pretendono di godere della patente di verginità ritrovata, aspirando addirittura a un nuovo riconoscimento sociale.

Dice bene il magistrato  Piercamillo Davigo: "Dopo tangentopoli, la classe politica italiana ha seguitato indisturbata a rubare come faceva sempre; la differenza è che, adesso, non se ne vergogna più".

In compenso, mancando il pudore della confessione, si piangono calde lacrime.

A me, i coccodrilli hanno sempre fatto tanta paura.

Buona fortuna a tutti noi.

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