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Blog » 2015 » Gennaio » 12 » La Crisi del Capitalismo - Parte 1
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La Crisi del Capitalismo - Parte 1

I perché di una crisi.

di Roberto Quaglia – Roberto.info

Maggio 2012. Il mondo sprofonda nel debito, caracollando sull’orlo di un Armageddon finanziario. Questo è il coro che si sente ripetere ovunque da mesi. Dopo la Grecia, anche Spagna, Italia e Portogallo sono ad un passo dalla catastrofe a causa di ciclopici fardelli di debiti che non potranno mai venire pagati. E i debiti dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) sono nulla paragonati ai trilioni di debito accumulati da Stati Uniti e Giappone. Anche Francia e Inghilterra sono messe male e scavando scopriamo – sorpresa! Sorpresa! – che la stessa virtuosissima Germania sarebbe a rischio stritolamento da debiti, tanto che le famigerate agenzie di rating americane hanno ventilato anche per essa il possibile declassamento. Ma come? Uno dei paesi che meglio funziona al mondo viene giudicato potenzialmente insolvibile? Sorge a questo punto la domanda che tutti dovrebbero fare, ma che (quasi) nessuno osa formulare:

Ma se tutti i paesi del mondo sono così mostruosamente indebitati… chi è il legittimo creditore? Chi cavolo è il legittimo creditore ultimo di tutto questo ben di dio, al cui paragone i fantastiliardi di zio Paperone paiono noccioline? Ci si aspetterebbe che al mondo ci siano nazioni debitrici e nazioni creditrici – così ci è parso a lungo, il terzo mondo in debito ed il primo mondo in credito – ma d’un tratto ci viene raccontato che tutto il mondo si sia improvvisamente trasformato in terzo mondo indebitato – a parte la Cina oggi non se ne vedono molti creditori in giro. Anzi no, neppure la Cina si salva: Moodys tiene a farci sapere che anche la Cina è nella merda fino al collo coi debiti! Tutti, tutti debitori quindi, e debitori di cifre favolose, che sfidano l’umana immaginazione. Come è possibile?
Se tutte le nazioni sono indebitate, i debitori ultimi sono tutti i cittadini che costituiscono le nazioni. Esseri umani, quindi. Li possiamo vedere, li possiamo contare. In effetti siamo noi, oppure persone come noi. Siamo tutti, tutti, tutti indebitati. Ma se noi tutti, tutti, tutti siamo indebitati, chi diamine sono i creditori? Altri esseri umani? Impossibile. In quanto cittadini gli esseri umani sono tutti indebitati. Se tutte le nazioni del mondo sono debitrici ne consegue logicamente che tutti gli esseri umani del mondo sono indebitati. Ma il valore del mondo è generato proprio da tutti i miliardi di persone che nel mondo lavorano, faticano e così facendo producono valore. Come possono tutte le persone del mondo essere indebitate quando tutto ciò che vale è stato prodotto da esse? Com’è possibile che i debitori siano proprio quelli che il valore lo hanno creato? Verrebbe da dedurne che creditori non possono quindi essere umani. Che si tratti di extraterrestri?

Peggio, come ormai la gente sa, si tratta di banche. Ma cos’è in effetti una banca?

Nell’immaginario popolare, la banca è un posto dove ci si mettono i propri risparmi per scongiurare il rischio di perderli o che ci vengano rubati. A rigore di logica, le banche dovrebbero contenere solo i soldi che gli esseri umani hanno loro affidato. Quindi, come è possibile che le banche siano riuscite ad indebitare ogni singolo essere umano della terra usando i loro stessi soldi?

La riposta è complessa, ed è stata illustrata con dovizia di dettagli nei circuiti dell’informazione non controllati dalle banche stesse. Il succo è che le banche private hanno facoltà di creare denaro dal nulla, un fenomeno curioso che in parecchi ancora ignorano, basato sul sistema della riserva frazionaria. E le banche centrali lo possono creare ancora più facilmente, usando l’equivalente moderno della bacchetta magica – nella fattispecie la tastiera di un computer ove il semplice tocco di alcuni tasti può generare “denaro” a volontà. Creare il denaro dovrebbe essere una prerogativa degli stati, formati dai cittadini che in essi generano il valore che il denaro rappresenterà, ma nell’Occidente democratico le banche centrali sono state quasi tutte “privatizzate” più o meno di nascosto – che in parole povere vuol dire che i soldi che tu credi di avere in linea di massima non sono più tuoi. Te li hanno prestati, anche se tu non lo sai. In rete fiocca il dibattito su questa tematica, irto di litigi a suon di tecnicismi, ma il succo è più o meno questo. La cosiddetta “indipendenza” delle banche centrali dalle proprie nazioni è in altre parole l’indipendenza delle banche centrali dai cittadini sovrani a cui i soldi del paese in ultima istanza apparterrebbero.

Questo ovviamente implica che i governi dei paesi “democratici” si sono macchiati di alto tradimento – è difficile in effetti immaginare un tradimento più alto che abdicare alla propria sovranità monetaria, ovvero fare omaggio della gestione di tutto il valore prodotto dalla propria nazione a soggetti terzi.

Discorsi da “complottista”? Ma neanche per sogno! Il primo grande traditore del proprio popolo confessò esplicitamente il proprio crimine – il che dovrebbe fugare i dubbi anche dei più increduli. Si tratta del presidente americano Woodrow Wilson, che nel 1913 permise la creazione della Federal Reserve, un cartello di banche private che da quel momento in poi avrebbe avuto il monopolio del denaro americano, creandolo dal nulla per poi prestarlo allo stato (quindi ai cittadini) ad interesse. Cosa c’è di male? È lo stesso Wilson che ce lo spiega, e chi meglio di lui può saperlo? Tre anni dopo Wilson infatti si pentì amaramente e dichiarò testualmente:

«Sono l’uomo più infelice. Ho inconsapevolmente rovinato il mio Paese. Una grande nazione industriale è controllata dal suo sistema di credito. Ora il nostro sistema di credito è concentrato. Perciò, la crescita della nazione e tutte le nostre attività è nelle mani di pochi uomini. Stiamo per diventare un Paese mal governato, completamente controllato e dominato del mondo civilizzato. Non più un governo in cui c’è libertà di opinione, non più un governo guidato dalla convinzione e dal voto della maggioranza, ma un governo pilotato dall’opinione e dalla prigionia voluta da un piccolo gruppo dominante di uomini.»

Quei lettori poco disposti per il quieto vivere a prestare ascolto a chi gentilmente tenta di avvertirli che glielo stanno mettendo in quel posto sono davvero così convinti di saperla più lunga di un Presidente degli Stati Uniti reo confesso?

Era stato Andrew Jackson, il settimo presidente degli Stati Uniti, a liberare il paese dal giogo dei banchieri negli anni 30 del diciannovesimo secolo, dopo una cruenta lotta con gli stessi. Fu un brutto colpo per i banchieri, che impiegarono un’ottantina d’anni per riappropriarsi interamente dell’America. Dopo di che c’è voluto quasi un secolo prima che la stessa fregatura toccasse a tutta l’Europa. La creazione dell’euro ha reso più agevoli gli ultimi passi in questa direzione.

Agli increduli a cui non piace rendersi conto del tutto di quanto corrotti siano i governanti che essi hanno fieramente eletto gioverà la lettura di qualche esempio pratico di cosa tipicamente accade a chi si ostina a perseguire gli interessi di chi lo ha votato contro le direttive dei grandi banchieri.

A giugno 1963 John. F. Kennedy osò restituire al governo americano il potere di stampare denaro, coperto dalle riserve nazionali di argento. Banconote denominate “United States Notes” presero a circolare, in concorrenza alle “Federal Reserve Notes”.

Cinque mesi dopo fu assassinato, forse non a caso nell’anniversario dell’incontro segreto del 1910 sull’isola Jekyll in cui i banchieri si accordarono per l’istituzione della Federal Reserve.

Le United States Notes smisero di venire emesse e quelle in circolazione vennero progressivamente ritirate. Ogni tanto tuttavia gli scheletri nell’armadio saltano fuori dove meno te l’aspetti – per esempio alla frontiera fra Italia e Svizzera. Qualcuno ricorderà il clamoroso fermo nel 2009 di due cittadini giapponesi alla frontiera di Chiasso, nella valigetta dei quali i finanzieri trovarono e sequestrarono titoli americani per l’incredibile valore di 134,5 miliardi di dollari, pari a circa 1% del Prodotto Nazionale lordo degli Stati Uniti di quell’anno. Uno dei giapponesi pare fosse un tal Tuneo Yamauchi, cognato dell’ex governatore della banca centrale del Giappone. Prima ancora di venire in Italia ad esaminare i titoli sequestrati, gli americani dichiararono che si trattava di falsi – il che non ci deve stupire, poiché se avessero riconosciuti come veri quei titoli di credito magari li avrebbero anche dovuti onorare. Una parte dei titoli consisteva in Treasury Notes da un miliardo di dollari l’una (sic!), che tutte le apparenze indicano fossero state emesse dal Tesoro americano (non dalla Federal Reserve) nel 1998 proprio sulla base dell’ordine esecutivo varato a suo tempo da Kennedy e mai abolito. D’altra parte, solo un deficiente completo falsificherebbe banconote da un miliardo di dollari che nessuno neppure si immagina possano esistere – a chi si potrebbe mai sperare di riuscire a smerciarle? Più facile, molto più facile vendere il Colosseo o la Fontana di Trevi ad un turista di passaggio. Ci sarebbe stato di che riempire le pagine dei giornali per settimane (e magari le casse del Tesoro per anni), ma non sorprendentemente la notizia scomparve rapidamente dal proscenio, sintomo che si trattava di roba che scotta. I giapponesi furono immediatamente rilasciati -  evento curioso in un caso di contrabbando di titoli di credito falsi per 134,5 miliardi di dollari, pari a poco meno del Prodotto Interno lordo della Danimarca. Che fine abbia fatto quell’anno di Danimarca in valigetta i giornali non lo hanno scritto. Voi lo avreste buttato nella spazzatura?

Kennedy tuttavia non è che uno dei molti validi esempi che dissuadono i nostri politici ad andare contro le direttive dei grandi banchieri. Cento anni prima di Kennedy anche Abramo Lincoln pensò bene di crearsi il suo buon denaro statale – le banconote si chiamavano greenbacks – fu un successo: infatti poco dopo Lincoln fu ucciso ed i greenbacks magicamente sparirono.

Altri due presidenti americani, Garfield ed McKinley finirono ammazzati – sarebbe interessante ricercare se e quanto si fossero resi antipatici ai banchieri. Il candidato alla presidenza USA Ron Paul, che già si è espresso a favore della abolizione della Federal Reserve, può farsi un’idea su cosa potrebbe attenderlo nell’improbabile caso in cui mai venisse mai eletto. Chi non si fece bene questa idea è il politico austriaco Jörg Haider che qualche anno fa minacciò pubblicamente le grandi banche. Appena vinse le elezioni, divenendo quindi un pericolo concreto per i poteri bancari, ebbe immediatamente la sventura di morire in un incidente automobilistico particolarmente improbabile.

Il giornalista tedesco indipendente Gerhard Wisnewsky ha investigato le circostanze surreali dell’incidente in un ottimo libro.

A fine dicembre 2011 il giovane viceministro alle finanze dell’Argentina Ivan Heyn, uno dei politici più amati in patria esce da una riunione con il Fondo Monetario Internazionale a Montevideo dichiarando: “Non posso fare quello che mi chiedono!” Come si sa l’Argentina nell’ultimo decennio si è svincolata niente male dal gioco dei grandi circoli bancari internazionali, mandando a quel paese pure l’FMI e compagnia bella. Un paio di ore dopo Ivan Heyn viene trovato impiccato nella sua camera d’albergo. Suicidio, scrivono subito tutti i giornali. Molto strano, un politico beneamato e con due palle così che si è fatto strada combattendo i poteri forti non si va a suicidare di corsa non appena in una riunione alcuni stranieri gli fanno “buh!”. La tesi del suicidio non è sufficientemente plausibile? Poco male. Il viceministro argentino si è strangolato da solo per aumentare il proprio piacere mentre si faceva una pippa, correggono ben presto i giornali. Ecco, ora sì che ci siamo. Dopotutto, se voi usciste da una stressante  riunione con l’FMI non andreste subito anche voi in albergo a masturbarvi strangolandovi? Non farebbe così qualsiasi potente politico? Nessun giornale ha osato mettere seriamente in dubbio la spiegazione grottesca di questo decesso importante, con buona pace del rasoio di Occam.

Nel 1999, dopo quasi vent’anni di costante ribassi il prezzo dell’oro inaspettatamente smise di scendere. Pare che ciò all’epoca mise in seri guai Goldman Sachs, pesantemente sbilanciata su posizioni al ribasso (nell’ordine delle mille tonnellate). Un tal Gordon Brown, all’epoca Cancelliere dello Scacchiere (equivalente a Ministro dell’Economia) annunciò quindi l’8 maggio 1999 la decisione di vendere oltre il 50% delle riserve nazionali di oro. Furono infine 415 tonnellate d’oro – il 60% di tutto l’oro del Regno Unito – vendute al minimo assoluto di mercato, al prezzo medio di 275$  l’oncia (oggi, maggio 2012, veleggia intorno ai 1600$/oncia, e molti analisti concordano che nei prossimi anni salirà almeno fino a 4000$/oncia). Questo salvò Goldman Sachs. Tradire il proprio popolo paga assai di più che servirlo – infatti Gordon Brown ebbe a godersi in seguito la poltrona di Primo Ministro. L’oro non c’è più, ma chi se ne frega. I giornali non sono mica lì per ricordare queste quisquilie agli elettori.

Mentre gli ignari e gli sciocchi vengono incoraggiati a cianciare di democrazia nei talk show, nei salotti e nei bar, è sempre più solo dietro le quinte che la reale storia del mondo si scrive. I vecchi paradigmi nei quali il potere andava ostentato per essere effettivo, non valgono più. Nel ricco mondo occidentale i governanti sono senza eccezione alcuna solo personaggi di una noiosa commedia dell’arte, nella quale hanno facoltà di improvvisare e recitare a braccio, purché non escano mai dal canovaccio stabilito dall’invisibile regista. L’attore che esce dal canovaccio viene licenziato in tronco, e ogni tanto ne muore anche qualcuno in modo pittoresco affinché valga da esempio per gli altri.

A metà febbraio 2012, dopo mesi di attacchi da parte del coro dei media il presidente tedesco Christian Wulff è stato costretto alle dimissioni per l’orribile colpa di avere in passato accettato inviti a cena ed alberghi pagati da parte di alcuni industriali. Una storiella risibile che in Italia si sono bevuta tutti. In Germania qualcuno (l’ottimo Wisnewski) è andato più a fondo nella faccenda. Un’analisi approfondita e più plausibile suggerisce che Wulff sia stato tolto di mezzo sull’onda di un eccesso di dichiarazioni che deviavano dal copione.

Wulff aveva espresso preoccupazione per la leggerezza con cui sempre più spesso i parlamenti approvino in fretta e senza battere ciglio ciò che viene deciso nei circoli elitari dei Poteri Forti, ammonendo dei pericoli che ciò comporta per la democrazia. Aveva inoltre usato parole pesanti contro le banche ed i folli “salvataggi” seriali di banche e nazioni, che avrebbero riversato il conto da pagare sui giovani. E peggio ancora, aveva lanciato strali contro l’intera classe politica tedesca, che svuotando d’importanza l’attività parlamentare perdeva le basi per la fiducia dei cittadini. Questi sono argomenti di cui un buon politico postmoderno – cioè un politico post-politico – deve accuratamente evitare di occuparsi.

Con le sue esternazioni fuori copione, Wulff era divenuto un possibile ostacolo alla ratifica del trattato ESM – il cosiddetto Meccanismo di Stabilità Europea, in realtà Cavallo di Troia della dittatura finanziaria che a grandi passi si sta pappando l’Europa. L’ESM è un mostro agghiacciante, sulla cui natura i media evitano accuratamente di approfondire, che i dittatori finanziari non sono riusciti ad imporre in America, ma ci stanno riuscendo in Europa. L’ESM permette ai Grandi Burattinai di imporre arbitrariamente a qualsiasi nazione europea il pagamento di qualsiasi cifra nell’arco di soli sette giorni dalla richiesta. Qualsiasi cifra! Per sempre! Non importa se una nazione in futuro va alle elezioni ed il nuovo governo la pensa diversamente. L’obbligo è incondizionato, definitivo ed irrevocabile per qualsiasi nazione europea che ratifichi l’ESM.

In quanto presidente della nazione, Wulff avrebbe dovuto firmare la legge di ratifica, ed avrebbe quindi avuto il potere di bloccare tutto.

Wulff è uscito un attimo dal canovaccio e… voilà!, licenziato in tronco! Gli è andata bene. Al presidente polacco (nonché a mezzo governo della Polonia) di qualche anno fa andò decisamente peggio.

Nel 2011 il primo ministro ungherese Viktor Orbán modifica la costituzione del proprio paese per rimettere la Banca Centrale sotto proprio controllo sovrano e dieci minuti dopo viene tratteggiato da tutta la stampa occidentale in coro come il nuovo Milosevic da combattere, un nuovo mostro razzista ed autoritario nel cuore dell’Europa, mentre eurocrati ed FMI minacciano feroci rappresaglie e lanciano inappellabili ultimatum. Orbán è costretto a cedere – la banca centrale ungherese resta immune al controllo degli ungheresi, nelle salde mani chi meglio degli ungheresi sa quale debba essere la politica monetaria magiara.

“Indipendenza della Banca Centrale” è un’espressione molto in voga oggi, un piccolo capolavoro di pura neolingua orwelliana che per chi non lo avesse capito si traduce “Totale Dipendenza della Banca Centrale di Qualsiasi Paese dai Criptocrati Sovranazionali.” Orbán si consola lanciando strali in piazza contro i dittatori eurocrati, nello spirito di “sì, è vero, le ho prese, ma quante gliene ho dette!”

Le banche si stanno quindi appropriando del mondo intero dopo averlo abilmente convinto di essere in debito nei loro confronti. È un’operazione di straordinario ingegno, di magistrale illusionismo, fondata su di un’artefatta allucinazione condivisa chiamata “fiat money”, denaro creato dal nulla dalle banche stesse e alla cui realtà quasi tutti ancora credono, tanto da non rendersi conto che è completamente assurdo ed inverosimile che d’un tratto il mondo intero, senza eccezione alcuna, possa essere “indebitato” così mostruosamente e al di là di ogni senso comune.
È la paura – e l’incapacità – di svegliarsi da questa illusione collettiva ciò che ovviamente  condanna i popoli alla sudditanza impotente verso l’abile illusionista.

Tuttavia ci viene anche raccontato da qualche anno che lo stesso sistema bancario è sull’orlo della catastrofe. Giganti come Lehman Brothers possono fallire da un giorno all’altro mentre immense quantità di nuovo denaro immaginario vengono a più riprese create dal nulla – e addebitate agli stati, cioè ai cittadini – per “salvare” banche “troppo grosse per lasciarle fallire”. Durante i picchi di crisi le banche a tal punto smettono di fidarsi le une delle altre che cessano i prestiti interbancari, ovvero non si azzardano nemmeno più a prestarsi l’un l’altra soldi per una manciata di ore. Ma se le banche stanno conquistando il mondo, come possono nel contempo essere tutte sull’orlo del fallimento? Si intravede una certa dissonanza cognitiva in tutto ciò.

Dobbiamo renderci conto che nel Nuovo Mondo delle Illusioni Collettive ciò che ci è dato vedere è essenzialmente solo il più fenomenale gioco di specchi mai imbastito. Veniamo frastornati su parecchi livelli da una miriade di false tesi e falsi antitesi mirate a distogliere la nostra attenzione da ciò che non dobbiamo vedere – e che infatti appunto non vediamo. Quando affermo che i vecchi paradigmi nei quali il potere andava ostentato per essere effettivo non valgono più, intendo che il segreto più importante del potere di oggi è l’invisibilità. Mentre gli ignari e gli sciocchi si fanno belli blaterando in pubblico di democrazia, dietro le quinte i criptocrati se la ridono, probabilmente con smorfie di sommo disprezzo per gli inutili blateranti. Morte e sepolte le vecchie ideologie, mentre le più recenti – democrazia e capitalismo – sono ormai in stato terminale ed agonizzanti, la nuova forma di ordine mondiale in via di affermazione si chiama criptocrazia, ovvero il governo degli oscuri, invisibili ed indecifrabili.

Il che si può riassumere nel seguente elementare enunciato:

Se vedi chi comanda, vuol dire che a comandare non è lui.

Ragione per cui, inizio a dubitare della effettività di ogni nuovo “colpevole” che venga additato al pubblico ludibrio. Mi puzza di rito trito e ritrito. Nella hit-parade dei colpevoli di cui si parla è rapidamente salita in vetta la famigerata banca d’investimenti Goldman Sachs. Non vi sarebbe quasi orrore finanziario al mondo nel quale in qualche modo non sia riuscita a metterci il naso Goldman Sachs. Un milione di parole probabilmente non basterebbe ad illustrarli tutti e col dovuto dettaglio. Da decenni Goldman Sachs notoriamente assume le menti più brillanti uscite dalle università per escogitare meccanismi sempre più sofisticati per “fare denaro”, che è un eufemismo per dire “portare via i soldi ad altri”. È facile fare questo nella legalità quando sei tu ad ordinare al legislatore che cosa è legale e per chi esattamente lo è. Oggi i governi europei pseudo-democratici vengono uno dopo l’altro rimpiazzati da cosiddetti “governi tecnici”, che tutto sono fuorché “tecnici”. Di tecnico hanno solo la natura golpistica, per il resto sono esecutivi che prendono decisioni di estremo peso politico, spesso in palese contrasto con la volontà e gli interessi popolari.

Ed in buona parte di questi governi tecnici c’è palesemente lo zampino di Goldman Sachs. Per non parlare di chi va a dirigere la Federal Reserve o le altre banche centrali. Fino a qui non dico nulla di nuovo. Quello che mi sorprende è la crescente disposizione della stampa – anche la grande stampa corrotta che di questo sistema è parte integrale – di parlare di questo stato delle cose, e di dire di Goldman Sachs cose che fino a qualche tempo fa nessuno che facesse parte del sistema avrebbe mai osato pronunciare.

Un bel film documentario sulla genesi della crisi del 2008, Inside Job, mette sulla graticola senza tanti problemi la stessa Goldman Sachs. Non è un film dilettantesco, chi lo ha fatto disponeva delle leve necessarie per intervistare elementi della crème de la crème della finanza americana, ai quali né tu ne io arriveremmo mai, e metterne alcuni alle strette facendo ad essi fare la classica figura di merda. Di questo film si parla ed esso vince dei premi, addirittura l’Oscar.

Cosa sta succedendo?

 

 

 

Credo poco ad una resipiscenza della stampa corrotta – e chi seriamente si mette ad accusare il sistema solitamente non vince dei premi importanti, piuttosto viene ignorato e scompare nel rumore di fondo (ne so qualcosa io con il mio libro sull’11 settembre, del quale pure certi siti italiani di sedicente controinformazione sono riusciti a tacere a tutt’oggi) – quindi ci deve essere sotto qualcos’altro. Cosa? Non lo so. Ma qualcosa.

Pecco di paranoia? È inevitabile, in questa epoca di sofisticatissimi inganni, a partire dalla Madre di Tutte le Bufale, la narrativa ufficiale degli attentati dell’11 settembre. Ma, come disse quel tale ormai un po’ demodé, a pensare male si fa peccato – ma ci si azzecca.

Quindi non abbiatemene se anche un bel film come Inside Job a me puzza tanto di mera operazione psicologica, al pari dei film di Michael Moore. È l’ennesimo prodotto finalizzato alla rivalsa onirica del pubblico occidentale contro i cattivoni di turno. Chi volesse approfondire il tema della cinematografia hollywoodiana moderna come strumento catartico di giustizia onirica si legga il saggio che nel 2010 scrissi a proposito del film Avatar.

Inside Job, che si presenta come un durissimo j’accuse al mondo della finanza di Wall Street, sotto sotto veicola fortemente la tesi che non vi sia alcun disegno, nessuna progettualità di ampio respiro dietro i disastri provocati dalla finanza, che essi siano semplicemente i sottoprodotti naturali dell’avidità estrema (di fatto caricaturale e fumettistica) degli speculatori. Una semplificazione che non regge. Il pubblico, a cui tutto sommato piace molto pensare che i pescecani di Wall Street siano più stupidi di lui, se la beve volentieri. Resta un bel film da vedere, tenendo però a mente la natura fuorviante dei meta-messaggi che esso contiene. Lo stato dell’arte della manipolazione delle masse si esercita oggi nell’impossessarsi delle verità scomode per poterle adornare con le falsità strategicamente più convenienti. Il film Inside Job è quindi grottescamente esso stesso un “inside job”.

Un altro grande esempio di quanto appena detto si trova nel recente film Thrive, un documentario bello e molto ben fatto che denuncia il golpe finanziario globale in atto avventurandosi nelle sue accuse anche ai livelli superiori e più oscuri che sovrastano Goldman Sachs, Morgan Stanley e compagnia bella. Tuttavia, il film associa grandi verità perfettamente espresse a deliranti vaneggiamenti sugli UFO ed altre speculazioni scientifiche altamente opinabili – una classica formula di operazione psicologica già messa in atto in una miriade di casi. Thrive si propone di creare un movimento ove raccogliere il gregge sparso degli indignati e portarli a perdere nelle lande iperspaziali dell’ennesima utopia. E non è un caso che il film tenga a sottolineare come la risposta al colpo di stato globale finanziario di “noi che abbiamo capito” non debba in nessun caso essere violenta. Forse, dopotutto, i criptocrati sotto sotto si cagano un po’ addosso (ma poco, eh!).

 

 

 

Questa improvvisa (e montante) campagna di denuncia delle malefatte di certi banchieri mi da quindi parecchio da pensare.

Perché ad esempio Goldman Sachs avrebbe tutti, ma proprio tutti i titoli per essere additata a colpevole primo della crisi economica che sta flagellando il mondo, tranne uno, a mio avviso fondamentale: non è invisibile. E visto che il segreto fondamentale del potere moderno è l’invisibilità, che ti rende inattaccabile perché nessuno sa bene chi tu sia, a me i conti non tornano del tutto. Non dico che ho delle chiare risposte – e chi le ha? – ma perdonatemi se insisto a farmi delle domande. C’è chi ha nell’indole la spinta a farsi domande impertinenti, così come il non volersi accontentare delle risposte insoddisfacenti di cui troppa gente con leggerezza si appaga. Meglio, molto meglio, infinitamente meglio le buone domande alle cattive risposte.

E se anche il maestro burattinaio alla fin della fiera potrebbe rivelarsi null’altro che un gran burattino, il Padre di Tutti i Burattini, eventualmente il pezzo supremo da sacrificare nella grande partita a scacchi per la conquista del mondo, chi è che allora esattamente tira le fila degli avvenimenti del mondo? Nomi e cognomi e indirizzi, s’intende, niente categorie astratte! Per quanto in parecchi si sbizzarriscono a tirare ad indovinare, la risposta è che non lo sappiamo, né probabilmente con precisione lo sapremo mai. E non credo che neppure qualche sguardo indiscreto alle riunioni segrete dei “Bilderberger” ci direbbe tutto. Dubito fortemente che chi in segreto comanda davvero sia così sciocco da apparire sulle liste di chi in segreto comanda davvero – liste che tutti gli anni puntualmente possiamo leggere su Internet (i curiosi ignari cerchino su internet “lista partecipanti bilderberg“). Cerchiamo di non renderci ridicoli confondendo i padroni di casa coi maggiordomi e i fattorini. In qualsiasi direzione si guardi, il nostro sguardo è destinato ad infrangersi contro una cortina fumogena o l’altra. Almeno sino a quando il sistema collassasse per davvero, al di là delle rappresentazioni alle quali stiamo assistendo ora.

Già perché nulla mi toglie dalla testa che la grande crisi economica a cui stiamo assistendo ora sia fondamentalmente solo una gran rappresentazione. Il mondo finanziario è in effetti sul serio ad un passo dal collasso sistemico, e probabilmente davvero crollerà. Ma sebbene ciò sia probabilmente inevitabile, non credo affatto che sia un processo casuale, né frutto della pur notevole stupidità umana. Si scorgono riconoscibili elementi di regia nell’avvicendarsi delle tappe della crisi, ben riconducibili al collaudato schema Problema-Reazione-Soluzione. Si genera proditoriamente un problema che causi nel pubblico una reazione (il pubblico chiede o comunque attende una soluzione) e quindi si fornisce la “soluzione”, che altro non è che ciò che fin dal principio si voleva fare. Il “problema” è solo il pretesto necessario per implementare una “soluzione” preordinata. Uno schema vecchio come il mondo. Con questo trucchetto hanno già rifilato un “governo tecnico” a noi e ad altri, ed aspettate a vedere cosa ci sbologneranno quando il sistema verrà giù sul serio.

Già, perché non si mette su tutto questo po’ po’ di casino per poi lasciare evaporare tutto senza capitalizzare con un Gran Finale e fuochi di artificio che dia i risultati per cui in effetti si è lavorato.

Un “11 settembre finanziario” che facesse saltare l’intero sistema finanziario mondiale fu apparentemente tentato già nel 2008, proprio nel solito giorno dell’11 settembre, quando ignote forze sottrassero nell’arco di un’ora 550 miliardi di dollari dal circuito bancario americano. Fu proprio questa deliberata operazione che scatenò la crisi che ci avrebbe impoveriti tutti. Ma l’obiettivo dell’azione andava assai al di là della crisi che poi ci è toccata, tutto suggerisce che il fine fosse la distruzione stessa del sistema finanziario mondiale. Il membro del congresso americano Paul Kanjorski della Pennsylvania ha rivelato in diretta televisiva i retroscena dei drammatici eventi di quel giorno, mai resi pubblici in altra sede, e mai smentiti dopo le dichiarazioni di Kanjorski. Ma neppure in seguito approfonditi da altri giornalisti – ovvero il perfetto marchio della roba che scotta.

Secondo il racconto di Kanjorski, alle ore 11 dell’11 Settembre 2008 (si noti la sovrabbondanza dei numeri 11 in tutte queste brutte storie moderne – alla lunga verrebbe il sospetto che l’11 porti sfiga - oppure fortuna, a seconda dei punti di vista) la Federal Reserve si accorge di un rapidissimo prosciugamento di liquidi dal sistema bancario americano. 550 miliardi di dollari vengono sottratti in un’ora soltanto. Si decide per un’immediata iniezione di liquidità di 105 miliardi di dollari, per tappare le falle. Ma ben presto ci si rende conto l’emorragia di denaro è troppo rapida e si calcola che alle due del pomeriggio essa avrebbe raggiunto i 5500 miliardi di dollari, il che avrebbe comportato l’immediata distruzione del sistema bancario americano, e nel giro di un giorno del resto del mondo. La crisi viene arginata in un modo che in seguito – se ho capito bene – avrebbe condotto al primo “salvataggio” da 700 miliardi di dollari, che poi i contribuenti americani avranno l’agio di pagare in comode rate. Kanjorski evita accuratamente di chiedersi di chi diamine fosse la mano invisibile in grado di prelevare dal circuito bancario 500 miliardi di dollari (!!!) in un’ora. Certe domande possono nuocere gravemente alla salute.

Potrebbe Paul Kanjorski essersi inventato tutto, come gli increduli di professione non mancano di insinuare? Difficile comprendere perché mai avrebbe fatto una cosa del genere. La registrazione video di un’audizione parlamentare del 24 settembre 2008 ci toglie gli ultimi dubbi. Kanjorski chiede esplicitamente a Henry Pauson, all’epoca Ministro del Tesoro (nonché ovviamente ex pezzo grosso di Goldman Sachs come strettamente d’obbligo), di spiegare anche al pubblico gli eccezionali avvenimenti della mattina dell’11 settembre 2008, nei quali Paulson si trovava ovviamente in prima linea, menzionando gli oltre 500 miliardi volatilizzatisi in pochi minuti. Nella sua risposta Paulson gira attorno alla questione, chiaramente cercando di glissare sui dettagli, a tratti balbetta, ma non smentisce affatto le clamorose asserzioni di Kanjorski, anzi riconosce e sottolinea la gravità di quei momenti. Ognuno può trarre da questo quadretto le proprie conclusioni.

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